Per chi abita in Ancona, l'osteria teatro Strabacco è un locale unico nel suo genere. Tanti lo conoscono, spesso e purtroppo solo per sentito dire, meno lo frequentano assiduamente.
In effetti, Strabacco è un genere di locale nel quale ci si immagina di trovare intellettuali radical-chic anziché famiglie, attori e cabarettisti più che impiegati di banca.
Complice l'atmosfera parigina che si respira nel locale, ai margini del ghetto anconitano, in penombra e con un arredamento baroccheggiante, tanti sono ninnoli e cimeli adagiati sugli innumerevoli scaffali, il locale è il tipico dopo-teatro (quello delle Muse è a un tiro di schioppo), e le foto con figurine dagli anni Ottanta ad oggi ne sono inequivocabile testimonianza.
Tuttavia Strabacco, pur guardando le stelle, ha i piedi ben piantati per terra, e molta sostanza.
Tanto per cominciare, il locale, nonostante la plétora di oggetti in mostra, è pulitissimo, neanche un filo di polvere tra una foto e l'altra o tra un calice ed una statuetta.
Continuando, a pranzo è meta di impiegati e liberi professionisti, che a prezzo fisso si godono le "invenzioni" dello chef, sempre stimolato da Danilo Tornifoglia, il vulcanico e gentilissimo proprietario del locale. Locale che tra l'altro, oramai chiuso il Passetto, resta uno dei simboli - per longevità e qualità - del capoluogo marchigiano. La cucina di pesce è senz'altro una delle migliori in città, scevra da ridicolaggini da due soldi, specie nel fritto, il migliore che il sottoscritto - con ferrato retroterra ittico - abbia mai assaggiato, finalmente con trigliette, moli, soglioline, due (dicansi due) mazzancolle e zero (dicansi zero) ridicoli calamaretti congelati tagliati a rondelle. Il tutto ovviamente accompagnato da vini seri di una cantina seria.
A completare il quadro, Strabacco è stato uno dei primi locali a praticare cucina gluten-free. Pertanto, oltre a soddisfare Claudia Koll (la quale comunque andrebbe soddisfatta a prescindere), lascerà senza dubbio sorpresi e contenti tutti i celiaci che frequenteranno il locale. A pranzo, menu fisso (a richiesta). A cena, à la carte. Sempre avvisare un po' prima, è meglio.
Osteria Teatro Strabacco
di Danilo Tornifoglia
Via Oberdan, 2
60122 Ancona
tel. 071.56.748
chiuso il lunedì
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lunedì 10 gennaio 2011
mercoledì 29 dicembre 2010
Cenone gluten-free? Da Strabacco, anche da asporto.
Indicazione last minute per qualche celiaco gironzolante ad Ancona e provincia indeciso sul da farsi a Capodanno: l'osteria teatro Strabacco presenta il menu di Capodanno, in versione anche da asporto (ovviamente rivisitato nelle parti glutinose, previa telefonata entro domani 30 dicembre 2010).
Piuttosto ragionevole il costo del cenone, considerato il livello medio alto del locale, e considerata naturalmente l'occasione: 60 Euro a testa.
Clicca qui per il menu.
(ps: il volantino che gira nel locale è del mio amico Gregory Rossi)
Piuttosto ragionevole il costo del cenone, considerato il livello medio alto del locale, e considerata naturalmente l'occasione: 60 Euro a testa.
Clicca qui per il menu.
(ps: il volantino che gira nel locale è del mio amico Gregory Rossi)
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mercoledì 25 agosto 2010
Il Ristorante Il Girasole, a Montemarciano (AN), Fresco Rifugio Estivo.
Ci sono ristoranti mèta di gourmet da tutta Italia, perché i piatti che cucinano sono opere d'arte.
Di questa categoria fanno parte - tra gli altri, ad esempio, nelle Marche - la Madonnina del Pescatore e Uliassi a Senigallia, Il Symposium 4 stagioni a Cartoceto, l'Osteria dell'Arancio a Grottammare.
Altri ristoranti invece, sono noti solo nella zona, ma non meno importanti, perché costituiscono l'ossatura del tessuto economico della ristorazione. Sono i ristoranti-rifugio, quelli in cui magari non vai nelle occasioni speciali, ma ci vai tutte le volte che hai voglia di stare in un ambiente sereno, bello, rilassato, e dove non solo mangi bene, ma trovi anche chicche non reperibili altrove.
Ecco, il nostro rifugio è il Girasole, a Marina di Montemarciano, tra Senigallia e Falconara Marittima, dove andiamo a mangiare tra amici, per conto nostro, quando il caldo ci soffoca ed abbiamo voglia di stare al fresco, quando abbiamo voglia di spezzare la monotonia, quando arriva qualche ospite.
Nonostante sia vicino all'autostrada, non è rumoroso, e soprattutto d'estate è fresco perché adagiato proprio sul crinale della collina che sale da Marina verso il Monte, baciato dalla brezza marina che rinfresca tutte le località di mare (Ancona esclusa, ahimé, per la particolare conformazione della baia).
Al Girasole, non mangerai mai male, qualsiasi cosa ordini è cucinata bene. Per il senza glutine, poi, è perfetto. E' sufficiente preannunciarsi per telefono - cosa che prediligiamo, perché serve da warning per il ristoratore, o anche dirlo al momento: c'è sempre tutto il menu disponibile, con pochissime eccezioni.
Poi ci sono le chicche: la carne scozzese, lo stocco, la pizza, ben fatta. Quella gluten-free, sempre disponibile, un po' più piccola, non male. I fritti notevoli, molto buoni i dolci.
Il prezzo, sempre, onesto.
Il Girasole: il nostro punto fermo.
60018 Montemarciano AN
071 9198408
Di questa categoria fanno parte - tra gli altri, ad esempio, nelle Marche - la Madonnina del Pescatore e Uliassi a Senigallia, Il Symposium 4 stagioni a Cartoceto, l'Osteria dell'Arancio a Grottammare.
Altri ristoranti invece, sono noti solo nella zona, ma non meno importanti, perché costituiscono l'ossatura del tessuto economico della ristorazione. Sono i ristoranti-rifugio, quelli in cui magari non vai nelle occasioni speciali, ma ci vai tutte le volte che hai voglia di stare in un ambiente sereno, bello, rilassato, e dove non solo mangi bene, ma trovi anche chicche non reperibili altrove.
Ecco, il nostro rifugio è il Girasole, a Marina di Montemarciano, tra Senigallia e Falconara Marittima, dove andiamo a mangiare tra amici, per conto nostro, quando il caldo ci soffoca ed abbiamo voglia di stare al fresco, quando abbiamo voglia di spezzare la monotonia, quando arriva qualche ospite.
Nonostante sia vicino all'autostrada, non è rumoroso, e soprattutto d'estate è fresco perché adagiato proprio sul crinale della collina che sale da Marina verso il Monte, baciato dalla brezza marina che rinfresca tutte le località di mare (Ancona esclusa, ahimé, per la particolare conformazione della baia).
Al Girasole, non mangerai mai male, qualsiasi cosa ordini è cucinata bene. Per il senza glutine, poi, è perfetto. E' sufficiente preannunciarsi per telefono - cosa che prediligiamo, perché serve da warning per il ristoratore, o anche dirlo al momento: c'è sempre tutto il menu disponibile, con pochissime eccezioni.
Poi ci sono le chicche: la carne scozzese, lo stocco, la pizza, ben fatta. Quella gluten-free, sempre disponibile, un po' più piccola, non male. I fritti notevoli, molto buoni i dolci.
Il prezzo, sempre, onesto.
Il Girasole: il nostro punto fermo.
Ristorante Il Girasole
Via Media, 1160018 Montemarciano AN
071 9198408
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lunedì 10 novembre 2008
Girare il mondo in carrozzina da vent'anni: il centro H di Ancona
Leggo quest'articolo e posto qui. Col Centro H di Ancona sono stato a Mosca, San Pietroburgo e Alghero (nuraghi compresi!), mi sono perso l'Olanda, la Sicilia, l'Egitto, la Turchia, la Grecia, la Spagna, il Portogallo e Dio sa quanti altri. A gruppi misti, disabili e non, anziani e obiettori (quando c'erano), gente di mezz'età e bambini, ragazzi e ragazze a darsi una mano l'un l'altro, a ridere e vivere insieme l'esperienza di viaggio. Con Doge (Don Eugenio Del Bello, chi non lo conosce purtroppo si è perso qualcosa, inutile descriverlo qui) a dirigere il gruppo con carisma, discrezione e profondità. A tirare fuori la disabilità dalle case, a sbatterla in faccia alla gente, a predicare concretamente la vita senza barriere. Nel 94, in Sardegna, la vacanza più divertente, un gruppone pieno di giovani, ragazzi e ragazze, l'ideale per un diciassettenne brufoloso ed in piena tempesta ormonale. Nel 96, in Russia, quella più interessante. Dopo l'Egitto, nel 2002, anche Licia Colò si interessa a questo gruppo di sturdy visitors, che vanno a raccontarsi alle Falde del Kilimangiaro.
Nel 91, in Sicilia, quando la guida li vede sbarcare, si mette a ridere. "La Sicilia non può essere vista in sei giorni" - asserisce con supponenza - "per di più in carrozzella!". Alla partenza, la stessa guida, esausta, con la lingua di fuori ed un filo di voce: "Siete... siete peggio dei tedeschi..."
Quest'anno, 2008, il Centro H compie vent'anni. Di seguito l'articolo:
Quei venti anni dedicati ai disabili
Oltre duecento persone a Torrette per il compleanno speciale del Centro H
ANCONA - Vent’anni nel segno della solidarietà. Vent’anni dedicati, grazie all’attività di un centinaio di persone, tra soci iscritti e volontari, ai ragazzi disabili di Ancona. Circa duecento persone hanno partecipato, ieri mattina all’Hotel Sporting di Torrette, alla festa del Centro H, l’associazione di volontariato che si trova in via Mamiani, nel quartiere degli Archi. Dal lontano 1988 accoglie per due giorni a settimana i ragazzi diversamente abili insegnando loro alcuni mestieri nel campo del settore dell’artigianato artistico e tradizionale (lavori in ceramica, vetro, cartapesta) e aiutando così le loro famiglie. C’erano proprio tutti alla festa per il ventennale. Dagli ideatori del Centro H, i medici terapisti dell’Inrca, alcuni dei quali ormai in pensione, Stefano Raffaelli, Maria Grazia Secchi, Giacomo Ghetti, Antonella Boni e Loredana Ginnetti, a don Eugenio Del Bello, parroco della chiesa del Crocifisso, promotore e realizzatore di questa associazione di volontariato che oggi assiste una sessantina di utenti, tutti di età tra i 30 e i 40 anni, fornendo un valido supporto ai sette distretti socio sanitari del Comune e alle strutture residenziali del territorio. Oltre alla presidente Rita Carbonari, non mancavano le autorità. Dal sindaco Fabio Sturani all’assessore ai servizi sociali Marida Burattini per il Comune, dall’assessore ai servizi sociali Carla Virili all’assessore al bilancio Liana Maiolini per la Provincia, oltre al presidente della seconda circoscrizione Stefano Foresi. Tra gli ospiti anche l’arcivescovo Edoardo Menichelli, il giornalista di Raitre Vincenzo Varagona che dirige la rivista “Centro news”, bimestrale di informazione per orientarsi nella realtà sociale, e Giuliana Urbani, vedova di Carlo Urbani, il coraggioso medico di Casteplanio scomparso a Bangkok nel 2003 che scoprì il virus della Sars e morì dopo aver contratto la malattia. A tutti loro è andato un riconoscimento particolare realizzato dai ragazzi disabili che frequentano il laboratorio di ceramica attivato da circa venti volontari: un grande cuore in ceramica con le date del ventennale, il simbolo del Centro H e la scritta “Venti anni spesi bene”. La lunga storia dell’associazione, che in città rappresenta un punto di riferimento per l’handicap, è stata poi ripercorsa attraverso la proiezione di un dvd, realizzato per l’occasione da Lucio Cingolani. Sullo schermo sono stati rivissuti i momenti più piacevoli ed emozionanti del Centro H, dai carnevali in piazza alla consegna del pulmino per trasporto disabili donato alla onlus da Franca Rame e Dario Fo nell’anno del suo nobel. La festa è poi proseguita a pranzo, con un momento conviviale, al quale hanno partecipato circa 240 persone, compresi i tanti amici che negli anni, per motivi diversi, hanno incontrato l’esperienza del Centro H. L’associazione, oltre a promuovere corsi annuali per volontari e operatori del settore disabilità, gestisce anche uno sportello informativo, aperto dal lunedì al venerdì con orario 9-12, per rispondere a problemi pratici e burocratici legati all’handicap e offre consulenze con esperti nei settori legale, socio-sanitario, tecnico e psicologico.
Nel 91, in Sicilia, quando la guida li vede sbarcare, si mette a ridere. "La Sicilia non può essere vista in sei giorni" - asserisce con supponenza - "per di più in carrozzella!". Alla partenza, la stessa guida, esausta, con la lingua di fuori ed un filo di voce: "Siete... siete peggio dei tedeschi..."
Quest'anno, 2008, il Centro H compie vent'anni. Di seguito l'articolo:
Quei venti anni dedicati ai disabili
Oltre duecento persone a Torrette per il compleanno speciale del Centro H
ANCONA - Vent’anni nel segno della solidarietà. Vent’anni dedicati, grazie all’attività di un centinaio di persone, tra soci iscritti e volontari, ai ragazzi disabili di Ancona. Circa duecento persone hanno partecipato, ieri mattina all’Hotel Sporting di Torrette, alla festa del Centro H, l’associazione di volontariato che si trova in via Mamiani, nel quartiere degli Archi. Dal lontano 1988 accoglie per due giorni a settimana i ragazzi diversamente abili insegnando loro alcuni mestieri nel campo del settore dell’artigianato artistico e tradizionale (lavori in ceramica, vetro, cartapesta) e aiutando così le loro famiglie. C’erano proprio tutti alla festa per il ventennale. Dagli ideatori del Centro H, i medici terapisti dell’Inrca, alcuni dei quali ormai in pensione, Stefano Raffaelli, Maria Grazia Secchi, Giacomo Ghetti, Antonella Boni e Loredana Ginnetti, a don Eugenio Del Bello, parroco della chiesa del Crocifisso, promotore e realizzatore di questa associazione di volontariato che oggi assiste una sessantina di utenti, tutti di età tra i 30 e i 40 anni, fornendo un valido supporto ai sette distretti socio sanitari del Comune e alle strutture residenziali del territorio. Oltre alla presidente Rita Carbonari, non mancavano le autorità. Dal sindaco Fabio Sturani all’assessore ai servizi sociali Marida Burattini per il Comune, dall’assessore ai servizi sociali Carla Virili all’assessore al bilancio Liana Maiolini per la Provincia, oltre al presidente della seconda circoscrizione Stefano Foresi. Tra gli ospiti anche l’arcivescovo Edoardo Menichelli, il giornalista di Raitre Vincenzo Varagona che dirige la rivista “Centro news”, bimestrale di informazione per orientarsi nella realtà sociale, e Giuliana Urbani, vedova di Carlo Urbani, il coraggioso medico di Casteplanio scomparso a Bangkok nel 2003 che scoprì il virus della Sars e morì dopo aver contratto la malattia. A tutti loro è andato un riconoscimento particolare realizzato dai ragazzi disabili che frequentano il laboratorio di ceramica attivato da circa venti volontari: un grande cuore in ceramica con le date del ventennale, il simbolo del Centro H e la scritta “Venti anni spesi bene”. La lunga storia dell’associazione, che in città rappresenta un punto di riferimento per l’handicap, è stata poi ripercorsa attraverso la proiezione di un dvd, realizzato per l’occasione da Lucio Cingolani. Sullo schermo sono stati rivissuti i momenti più piacevoli ed emozionanti del Centro H, dai carnevali in piazza alla consegna del pulmino per trasporto disabili donato alla onlus da Franca Rame e Dario Fo nell’anno del suo nobel. La festa è poi proseguita a pranzo, con un momento conviviale, al quale hanno partecipato circa 240 persone, compresi i tanti amici che negli anni, per motivi diversi, hanno incontrato l’esperienza del Centro H. L’associazione, oltre a promuovere corsi annuali per volontari e operatori del settore disabilità, gestisce anche uno sportello informativo, aperto dal lunedì al venerdì con orario 9-12, per rispondere a problemi pratici e burocratici legati all’handicap e offre consulenze con esperti nei settori legale, socio-sanitario, tecnico e psicologico.
venerdì 20 giugno 2008
Un parco naturale in pieno centro città. A Sydney? No, in Ancona
Sarà che da quasi due mesi non torno giù nelle Marche. Sarà che con questo caldo e splendido sole di giugno sono gasato a mille, perché tra domani e domenica mi sparo nell'ordine le spiagge di Mezzavalle, Sirolo e Portonovo. Sarà la festa per la Pedalota che arriva dalla Croazia sabato pomeriggio, o la festa sabato sera, o la partita dell'Italia in riva al mare domenica sera.
Sta di fatto che ogni novità riguardante Ancona in questi giorni diventa notizia bloggabile. Ma l'apertura dell'ingresso versante Duomo al Parco del Cardeto di domenica 21 lo sarebbe stata anche a metà novembre. Il Cardeto ospita il Vecchio Faro. Ex zona militare, confina col Campo degli Ebrei, vecchio cimitero ebraico che lo divide dalla Facoltà di Economia. Per darvi un'idea del posto, la sede della facoltà era una caserma, mentre dal Faro Vecchio spuntavano i cannoni a protezione di Ancona: faceva parte di una rete di protezione fatta costruire in fretta e furia dopo il 1860, prima che Venezia diventasse italiana, ed Ancona era il porto italiano dell'Adriatico più importante a livello commerciale e militare.

Oggi, crollato il muro di Berlino, diverse zone militari sono state smantellate: ne consegue che ci troviamo con una sede universitaria stupenda ed un parco mozzafiato, quasi completamente selvatico (girano anche i tassi, per capirci), a picco sul mare e a due minuti dal centro città. La vista è quella mostrata a lato, ma su flickr ci sono foto ancora più belle, tipo questa oppure questa.
Da domenica, il parco del Cardeto sarà accessibile anche da via Birarelli, zona dell'ex-carcere e dell'Anfiteatro Romano (e di una tragedia immane risalente alla seconda guerra mondiale), oltre che da Economia (ex caserma Villarey) e da via Panoramica (sopra al Viale della Vittoria).
Sta di fatto che ogni novità riguardante Ancona in questi giorni diventa notizia bloggabile. Ma l'apertura dell'ingresso versante Duomo al Parco del Cardeto di domenica 21 lo sarebbe stata anche a metà novembre. Il Cardeto ospita il Vecchio Faro. Ex zona militare, confina col Campo degli Ebrei, vecchio cimitero ebraico che lo divide dalla Facoltà di Economia. Per darvi un'idea del posto, la sede della facoltà era una caserma, mentre dal Faro Vecchio spuntavano i cannoni a protezione di Ancona: faceva parte di una rete di protezione fatta costruire in fretta e furia dopo il 1860, prima che Venezia diventasse italiana, ed Ancona era il porto italiano dell'Adriatico più importante a livello commerciale e militare.
Oggi, crollato il muro di Berlino, diverse zone militari sono state smantellate: ne consegue che ci troviamo con una sede universitaria stupenda ed un parco mozzafiato, quasi completamente selvatico (girano anche i tassi, per capirci), a picco sul mare e a due minuti dal centro città. La vista è quella mostrata a lato, ma su flickr ci sono foto ancora più belle, tipo questa oppure questa.
Da domenica, il parco del Cardeto sarà accessibile anche da via Birarelli, zona dell'ex-carcere e dell'Anfiteatro Romano (e di una tragedia immane risalente alla seconda guerra mondiale), oltre che da Economia (ex caserma Villarey) e da via Panoramica (sopra al Viale della Vittoria).
giovedì 19 giugno 2008
Del viaggiare schematico, ovvero perché odio la geografia turistica. E perché in Ancona ti porto al Passetto a mangiare le crucete
In qualunque esame per l'abilitazione alle professioni turistiche che si rispetti, la parte del leone la fa sempre la geografia turistica. Ovvio: come puoi lavorare nel turismo se non sai dove sono (e cosa siano) Petra, o l'Angkor Vat, o Abu Simbel, o Machu Picchu? Mica tanto ovvio, per la verità: me lo ricordavo a memoria il giorno dell'esame, ora la memoria è un po' più arrugginita, specie se non tratto destinazioni internazionali.
Ho sempre amato la geografia: da piccolo, passavo ore a guardare il mappamondo, l'atlante, la cartina geografica. Mi piaceva scovare quei posti dai nomi esotici, immaginare le facce di chi ci viveva, sentirli pronunciare nei discorsi. Mi affascinava la Mongolia, persa laggiù in Asia, ma anche il Giappone, con tutte quelle città in un centimetro quadrato di mappamondo. E poi l'America, da Nord a Sud: guardavo le città del Brasile e mi immaginavo le spiagge calde quando da noi era inverno. Leggevo Bahìa e pensavo a come ne parlava José Carioca nei Tre Caballeros di Walt Disney.
Poi è venuta la geografia turistica. Con una passione del genere, non è difficile imparare tutti quei nomi. Il viaggio per me è sempre significato, tra le altre cose, mutare in qui-ed -ora qualcosa che era là-e-poi: essere a Sydney avendola sempre immaginata come lontanissima, quasi appartenente ad un'altra era, mi fa sentire un supereroe, che supera le barriere dello spazio e del tempo.
Eppure, c'è qualcosa nella geografia turistica che sottende il semplice nozionismo: la pretesa di rinchiudere in una categoria ben precisa quello che si deve fare, vedere, non perdere quando si è in un certo posto. Più che nozionismo, tassonomia: Asia -> Sud-Est asiatico -> Cambogia -> Angkor Vat; America -> Nord America -> Canada (o tour Usa-Canada) -> Niagara Falls.
Forse aveva senso cent'anni fa. Senza televisione, cinema, Internet, se andavi a Roma e non vedevi il Colosseo te l'eri perso, al massimo te la cavavi con qualche stampa. Lo raccontavi agli amici, tingendolo con particolari che solo tu eri riuscito a scorgere (ricorda - faceva dire il grande Ignazio Silone ad un cafone su Fontamara - quando sei a Nuova York, vai sulla quarantanovesima strada).
Oggi, tutto sommato, lo vedi in tv, al cinema, su Internet, nelle foto, nei video amatoriali, nei disegni... insomma, non rischi di perdertelo. Diventa semplicemente una categoria nella quale entrare per non sentirsi estranei alla massa che ne fa parte. Se sei stato a Roma, devi far parte di quelli che hanno visto il Colosseo (vale anche per l'Angkor Vat, Ground Zero, le cascate del Niagara ecc.). Se non ci vai, non la scampi: sei un alternativo (altra categoria massificata), perché deliberatamente scegli di non appartenere ad una categoria in quanto percepita di massa.
Altro è, a mio parere, capire cosa si vede, e tracciarne le direzioni maturando così l'abilità a tradurre la tradizione. Una tesi di laurea in Comunicazione credo si intitolasse così, mi pare parlasse della Sardegna e sono sempre stato curioso di leggerla. Lorenzo Cairoli, ad esempio, è molto abile in questo, in particolare quando parla del Piemonte: racconta, narra, trova i fili più nascosti e intesse le trame dei piatti, dei monumenti, delle tradizioni.
Questo dovrebbe saper fare un'ottima guida turistica (intesa sia come libro che -ancor più- come persona): rendere ogni monumento, piatto, costume e quant'altro non un obbligo perché va visto, assaggiato, fotografato, ma parte di una narrazione, un racconto del quale si è curiosi di vedere come va a finire.
Per esempio, se in Ancona (sì, per quanto possa sembrare strano o stonato, si dice in Ancona, leggiti Sorelle Materassi) ti porto a mangiare le crocette, non lo farò mai - se possibile - al ristorante. E ti assicuro, non perché così non è tipico. Della tipicità non me ne frega un beneamato: è solo un'altra etichetta, una categoria, devi farlo perché è tipico. Semplicemente perché - secondo me - lo spirito delle crucete, così come delle saraghine a scotadeti, è di mangiarle su un cartoccio davanti al Passetto, simbolo, con le sue grotte, di chi ha strappato un salotto alla roccia; simbolo dei pureti che hanno fatto le nozze coi fichi secchi, ma gli sono venute bene. E poi ti reciterò - o io, o magari un attore teatrale - le poesie che ti ho appena linkato.
Avrai capito lo spirito della città e sarai poi curioso di saperne di più. Molto più che leggendo una qualsiasi guida del touring o - peggio ancora - della Lonely Planet.
Ho sempre amato la geografia: da piccolo, passavo ore a guardare il mappamondo, l'atlante, la cartina geografica. Mi piaceva scovare quei posti dai nomi esotici, immaginare le facce di chi ci viveva, sentirli pronunciare nei discorsi. Mi affascinava la Mongolia, persa laggiù in Asia, ma anche il Giappone, con tutte quelle città in un centimetro quadrato di mappamondo. E poi l'America, da Nord a Sud: guardavo le città del Brasile e mi immaginavo le spiagge calde quando da noi era inverno. Leggevo Bahìa e pensavo a come ne parlava José Carioca nei Tre Caballeros di Walt Disney.
Poi è venuta la geografia turistica. Con una passione del genere, non è difficile imparare tutti quei nomi. Il viaggio per me è sempre significato, tra le altre cose, mutare in qui-ed -ora qualcosa che era là-e-poi: essere a Sydney avendola sempre immaginata come lontanissima, quasi appartenente ad un'altra era, mi fa sentire un supereroe, che supera le barriere dello spazio e del tempo.
Eppure, c'è qualcosa nella geografia turistica che sottende il semplice nozionismo: la pretesa di rinchiudere in una categoria ben precisa quello che si deve fare, vedere, non perdere quando si è in un certo posto. Più che nozionismo, tassonomia: Asia -> Sud-Est asiatico -> Cambogia -> Angkor Vat; America -> Nord America -> Canada (o tour Usa-Canada) -> Niagara Falls.
Forse aveva senso cent'anni fa. Senza televisione, cinema, Internet, se andavi a Roma e non vedevi il Colosseo te l'eri perso, al massimo te la cavavi con qualche stampa. Lo raccontavi agli amici, tingendolo con particolari che solo tu eri riuscito a scorgere (ricorda - faceva dire il grande Ignazio Silone ad un cafone su Fontamara - quando sei a Nuova York, vai sulla quarantanovesima strada).
Oggi, tutto sommato, lo vedi in tv, al cinema, su Internet, nelle foto, nei video amatoriali, nei disegni... insomma, non rischi di perdertelo. Diventa semplicemente una categoria nella quale entrare per non sentirsi estranei alla massa che ne fa parte. Se sei stato a Roma, devi far parte di quelli che hanno visto il Colosseo (vale anche per l'Angkor Vat, Ground Zero, le cascate del Niagara ecc.). Se non ci vai, non la scampi: sei un alternativo (altra categoria massificata), perché deliberatamente scegli di non appartenere ad una categoria in quanto percepita di massa.
Altro è, a mio parere, capire cosa si vede, e tracciarne le direzioni maturando così l'abilità a tradurre la tradizione. Una tesi di laurea in Comunicazione credo si intitolasse così, mi pare parlasse della Sardegna e sono sempre stato curioso di leggerla. Lorenzo Cairoli, ad esempio, è molto abile in questo, in particolare quando parla del Piemonte: racconta, narra, trova i fili più nascosti e intesse le trame dei piatti, dei monumenti, delle tradizioni.
Questo dovrebbe saper fare un'ottima guida turistica (intesa sia come libro che -ancor più- come persona): rendere ogni monumento, piatto, costume e quant'altro non un obbligo perché va visto, assaggiato, fotografato, ma parte di una narrazione, un racconto del quale si è curiosi di vedere come va a finire.
Per esempio, se in Ancona (sì, per quanto possa sembrare strano o stonato, si dice in Ancona, leggiti Sorelle Materassi) ti porto a mangiare le crocette, non lo farò mai - se possibile - al ristorante. E ti assicuro, non perché così non è tipico. Della tipicità non me ne frega un beneamato: è solo un'altra etichetta, una categoria, devi farlo perché è tipico. Semplicemente perché - secondo me - lo spirito delle crucete, così come delle saraghine a scotadeti, è di mangiarle su un cartoccio davanti al Passetto, simbolo, con le sue grotte, di chi ha strappato un salotto alla roccia; simbolo dei pureti che hanno fatto le nozze coi fichi secchi, ma gli sono venute bene. E poi ti reciterò - o io, o magari un attore teatrale - le poesie che ti ho appena linkato.
Avrai capito lo spirito della città e sarai poi curioso di saperne di più. Molto più che leggendo una qualsiasi guida del touring o - peggio ancora - della Lonely Planet.
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martedì 17 giugno 2008
La Pedalota: da Zara a Palumbina in pedalò... e chi se lo immaginava!!!
Da Ancona, quando sono a casa dei miei, mi affaccio alla finestra e vedo il mare. Di mattina presto, col cielo sereno, scorgo la sagoma dell'Isola Lunga, davanti a Zara. Come un fantasma, come se volesse avvisarci che di là c'è qualcuno: difficile da spiegare, forse può capirlo solo chi è cresciuto sul mare.
E da piccolo, vivendo a Palombina, periferia nord di Ancona, col mare davanti casa, sognavo di nuotare o andare col pedalò fino alla Jugoslavia (ancora si chiamava così).
Vent'anni dopo, due miei vicini di casa, Matteo e Sabrina, in Jugoslavia ci vanno davvero. Anzi, tornano dalla Jugoslavia, cioè dalla Croazia, Isola Lunga, in pedalò. E non al porto di Ancona, come un traghetto qualunque. Nossignore: proprio a Palombina!
E sabato sera, grande festa al Donaflor di Palombina per celebrare chi ha avverato i tanti sogni di bambino.
Correndo l'anno di grazia 2008, la Pedalota può essere seguita anche su youtube.
Qui il sito, e qui il blog.
Nota: questi non sono né artefatti, né fighetti. So' proprio pazzi scatenati. In più ci sanno fare coi media. Ma sulla genuinità dei personaggi, garantisco. Me sto facendo quattro risate a vedé le foto de tutta l'operaziò...
E da piccolo, vivendo a Palombina, periferia nord di Ancona, col mare davanti casa, sognavo di nuotare o andare col pedalò fino alla Jugoslavia (ancora si chiamava così).
Vent'anni dopo, due miei vicini di casa, Matteo e Sabrina, in Jugoslavia ci vanno davvero. Anzi, tornano dalla Jugoslavia, cioè dalla Croazia, Isola Lunga, in pedalò. E non al porto di Ancona, come un traghetto qualunque. Nossignore: proprio a Palombina!
E sabato sera, grande festa al Donaflor di Palombina per celebrare chi ha avverato i tanti sogni di bambino.
Correndo l'anno di grazia 2008, la Pedalota può essere seguita anche su youtube.
Qui il sito, e qui il blog.
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