Oggi sono andato per mettere un post su Tourblog, e con mia sorpresa non ho trovato più nulla. Sparito tutto, volatilizzato, puff!
All'improvviso? Beh, non proprio. Mi aspettavo qualcosa del genere. Ma almeno, che ne so, avvisare, almeno per recuperare tutto ciò che avevo scritto lì.
Epperò... epperò siccome non piscio dal culo, come si dice dalle mie parti, i post li avevo già salvati tutti. Mi ci vorrà un po' di tempo per rimetterli qui, ma sono tutti sani e salvi.
Vabbè, si son persi solo gli ultimi due-tre, ma chissenefrega.
Quel che mi scoccia di più è aver (momentaneamente) smarrito il contatto con qualche lettore che ogni tanto passava di lì.
Spero che cercando cercando, si rifacciano vivi qui.
Dove almeno c'è più serietà.
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martedì 3 marzo 2009
lunedì 1 dicembre 2008
Ma per quale motivo al mondo per vedere il prontuario online per celiaci bisogna registrarsi?
Questa non la capisco proprio. Lascio passare, mi registro, non ci vuole poi molto, e accedo.
Ma... sono di corsa, per fortuna ho sotto mano una postazione pubblica, non ricordo se un cioccolatino è permesso o meno, vado sul sito AIC > Prontuario online... maledizione, e chi se la ricorda la password?
Poi chiamo un amico, dal quale sarò a cena sabato sera, mi chiede un'informazione sulla mortadella, va sul prontuario, perde dieci minuti a registrarsi... e mi stava facendo un favore :-(
Mi chiedo: ci sono dati così segreti su quel Prontuario online, che in teoria non dovrebbe neanche esistere, dato che dovrebbe esserci già una legge a fare le sue funzioni? O invece dati che possono servire a chiunque?
Cos'è, serve la registrazione per vedere quanta gente consulta il prontuario? Non è sufficiente un contatore?
Per fortuna, però, che c'è il prontuario mobile: quello sì, per chi gira, una gran cosa. Migliorabile, un po' macchinosetto, ma il suo lo fa. Potete scaricarlo sul sito AIC, e col cellulare trovate tutto. Anche lì, tuttavia, serve la registrazione, solo che una volta identificati col cellulare, l'accesso è automatico.
Ma... sono di corsa, per fortuna ho sotto mano una postazione pubblica, non ricordo se un cioccolatino è permesso o meno, vado sul sito AIC > Prontuario online... maledizione, e chi se la ricorda la password?
Poi chiamo un amico, dal quale sarò a cena sabato sera, mi chiede un'informazione sulla mortadella, va sul prontuario, perde dieci minuti a registrarsi... e mi stava facendo un favore :-(
Mi chiedo: ci sono dati così segreti su quel Prontuario online, che in teoria non dovrebbe neanche esistere, dato che dovrebbe esserci già una legge a fare le sue funzioni? O invece dati che possono servire a chiunque?
Cos'è, serve la registrazione per vedere quanta gente consulta il prontuario? Non è sufficiente un contatore?
Per fortuna, però, che c'è il prontuario mobile: quello sì, per chi gira, una gran cosa. Migliorabile, un po' macchinosetto, ma il suo lo fa. Potete scaricarlo sul sito AIC, e col cellulare trovate tutto. Anche lì, tuttavia, serve la registrazione, solo che una volta identificati col cellulare, l'accesso è automatico.
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martedì 25 novembre 2008
Eataly in apertura a Bologna: prima...
Il 5 dicembre apre Eataly, in collaborazione con la Coop (e già qui...), in centro a Bologna (per capirci, dove gli affitti costano un'iradiddio).
Cito testualmente (parentesi mie):
Nei 1200 mt. quadri aperti tutti i giorni fino a mezzanotte, troveranno posto: una libreria con 85mila volumi (dunque la metà di quanti ne ha la Sala Borsa, in consultazione e prestito gratuito, un centinaio di metri più in là), un caffè (di cui sentivamo ardentemente la mancanza), una gastronomia da asporto, un'enoteca-birreria e aree per eventi.
Ecco, le ultime tre mi incuriosiscono: la prima dovrà cercare di dare qualcosa di buono a prezzi non da boutique; la seconda idem, e dovrà cercare di far meglio dell'ottima Tana del Luppolo, in posizione mille volte più comoda e pratica per chi non abita in centro (cioè il 90% dei bolognesi); la terza staremo a vedere.
Naturalmente, immagino che il senza glutine sarà chiaramente indicato e disponibile. No, sono amaramente ironico: non ci spero neanche, perché lo stato del food in Italia è - come si discosta da un certo artigianale - a livelli penosi.
Questo, naturalmente, il prima, e dunque imbottito di pregiudizi e luoghi comuni ... a dicembre posterò il dopo...
Ps: speriamo che l'affitto che pagherà Eataly in centro a Bologna sia a prezzi di mercato. Sennò non vale...
Cito testualmente (parentesi mie):
Nei 1200 mt. quadri aperti tutti i giorni fino a mezzanotte, troveranno posto: una libreria con 85mila volumi (dunque la metà di quanti ne ha la Sala Borsa, in consultazione e prestito gratuito, un centinaio di metri più in là), un caffè (di cui sentivamo ardentemente la mancanza), una gastronomia da asporto, un'enoteca-birreria e aree per eventi.
Ecco, le ultime tre mi incuriosiscono: la prima dovrà cercare di dare qualcosa di buono a prezzi non da boutique; la seconda idem, e dovrà cercare di far meglio dell'ottima Tana del Luppolo, in posizione mille volte più comoda e pratica per chi non abita in centro (cioè il 90% dei bolognesi); la terza staremo a vedere.
Naturalmente, immagino che il senza glutine sarà chiaramente indicato e disponibile. No, sono amaramente ironico: non ci spero neanche, perché lo stato del food in Italia è - come si discosta da un certo artigianale - a livelli penosi.
Questo, naturalmente, il prima, e dunque imbottito di pregiudizi e luoghi comuni ... a dicembre posterò il dopo...
Ps: speriamo che l'affitto che pagherà Eataly in centro a Bologna sia a prezzi di mercato. Sennò non vale...
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venerdì 4 luglio 2008
Un solo ristorante gluten-free a Bologna: La Pizzeria Due Lune di via Battindarno, un gran bel posto.
Come molti di voi sapranno, vivo a Bologna - a parte alcune parentesi - dal 1996. Ci ho studiato, ed ora ci abito con mia moglie. Una particolarità di Bologna è che gode della fama di città in cui si mangia davvero bene, godereccia, scanzonata. Forse lo sarà stata in passato: per quanto i gourmet se lo chiedano e ne dibattano, pie' di lista (cioè Fiera) e speculazione immobiliare (cioè: affitti spaventosi), assieme all'ineducazione alimentare studentesca (che esalta osterie con bisolfiti rossi spacciati per vini), hanno reso Bologna un posto da cui stare alla larga. Per delle crescentine civili senza ricorrere a Finconsumo bisogna arrivare come minimo a Bazzano, o a Marzabotto. Idem per avere un tagliere di salumi abbondante e non plastificato. Lasciamo perdere le tagliatelle o i tortellini al ristorante, passati da bene alimentare a status symbol da gioielleria, salvo poi andartene nell'Appennino Reggiano o Modenese, bendarti, prendere un ristorante a casaccio e trovarne di migliori a un decimo del prezzo, ma tant'è, i miti sono duri da sfatare.
La cosa che colpisce maggiormente, e che fa anche girare le palle, visto che ancora troppi bolognesi si piccano di essere al centro dell'Italia per la cucina, è l'assenza totale di ristoranti senza glutine (che se non è indice di impreparazione culinaria, ditemi voi). Tranne uno, e che sia benedetto: la Pizzeria Due Lune, in via Battindarno, assurta oramai a refugium peccatorum dei bolognesi celiaci, non solo perché non c'è alternativa. In realtà, l'Alternativa di via Mascarella, a due passi dalla Montagnola è l'unico altro posto a Bologna (esclusa San Lazzaro, che del resto non è Bologna) per il gluten-free, ma è una piadineria - ottima per carità, fa anche servizio a domicilio e la piada GF è valida - non un ristorante.
Le Due Lune invece è una pizzeria ristorante, con un'ottima pizza (GF e ordinaria, la seconda su forno a legna), ottimi piatti e prezzi ancora civili. Ci sono andato diverse volte a mangiare, ed ancor di più a prendere la pizza da portare a casa: di lunedì, di mercoledì, giovedì, venerdì, qualunque giorno è sempre, sempre, sempre pieno, sempre vociante, sempre allegro. Alla faccia della crisi! Sta in via Battindarno, all'incrocio con via Bertocchi, tra la Barca e Borgo Panigale, proprio di fianco al deposito degli autobus (così ti becchi pure un bel parcheggio). Davvero un posto in cui respiri allegria e serenità, e soprattutto, se sei celiaco, un posto in cui mangi bene e rilassato. D'estate poi stai anche fresco, perché c'è anche una bella veranda, spesso con piano-bar.
Se di cinquecento pizzerie (e ci vado stretto) che aprono e chiudono alla velocità della luce in ogni angolo della città, una sola è senza glutine, secondo voi cosa significa?
Se di cinquecento ristoranti (e ci vado stretto), trattorie, osterie e vari che aprono e chiudono in ogni angolo della città, uno solo è senza glutine, ed è lo stesso che fa anche la pizzeria, secondo voi cosa significa?
Ristorante Pizzeria Due Lune
Via Bertocchi 1, Bologna
tel: 051.56.75.69
La cosa che colpisce maggiormente, e che fa anche girare le palle, visto che ancora troppi bolognesi si piccano di essere al centro dell'Italia per la cucina, è l'assenza totale di ristoranti senza glutine (che se non è indice di impreparazione culinaria, ditemi voi). Tranne uno, e che sia benedetto: la Pizzeria Due Lune, in via Battindarno, assurta oramai a refugium peccatorum dei bolognesi celiaci, non solo perché non c'è alternativa. In realtà, l'Alternativa di via Mascarella, a due passi dalla Montagnola è l'unico altro posto a Bologna (esclusa San Lazzaro, che del resto non è Bologna) per il gluten-free, ma è una piadineria - ottima per carità, fa anche servizio a domicilio e la piada GF è valida - non un ristorante.
Le Due Lune invece è una pizzeria ristorante, con un'ottima pizza (GF e ordinaria, la seconda su forno a legna), ottimi piatti e prezzi ancora civili. Ci sono andato diverse volte a mangiare, ed ancor di più a prendere la pizza da portare a casa: di lunedì, di mercoledì, giovedì, venerdì, qualunque giorno è sempre, sempre, sempre pieno, sempre vociante, sempre allegro. Alla faccia della crisi! Sta in via Battindarno, all'incrocio con via Bertocchi, tra la Barca e Borgo Panigale, proprio di fianco al deposito degli autobus (così ti becchi pure un bel parcheggio). Davvero un posto in cui respiri allegria e serenità, e soprattutto, se sei celiaco, un posto in cui mangi bene e rilassato. D'estate poi stai anche fresco, perché c'è anche una bella veranda, spesso con piano-bar.
Se di cinquecento pizzerie (e ci vado stretto) che aprono e chiudono alla velocità della luce in ogni angolo della città, una sola è senza glutine, secondo voi cosa significa?
Se di cinquecento ristoranti (e ci vado stretto), trattorie, osterie e vari che aprono e chiudono in ogni angolo della città, uno solo è senza glutine, ed è lo stesso che fa anche la pizzeria, secondo voi cosa significa?
Ristorante Pizzeria Due Lune
Via Bertocchi 1, Bologna
tel: 051.56.75.69
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giovedì 19 giugno 2008
E due: ma le tracce dei temi di maturità chi le propone?
Errare è umano, perseverare è da ministri dell'istruzione: lo scorso anno su Dante, quest'anno su Montale.
Interessante invece lo spunto del tema generale, sulla comunicazione delle emozioni. Tuttavia, patetica la boriosità di chi ha steso la traccia, tra il nostalgico mieloso (un tempo... l'attesa... gli odori...) e l'apocalittico piccolo-borghese (oggi impersonale ed immediata). Persa un'occasione per analizzare la vastità di una produzione letteraria nuova, con simboli nuovi (emoticon, ma anche acronimi, signatures, link, ipertestualità, abbreviazioni originali ed altro ancora), con dimensioni nuove (il senso di vicinanza e di prossimità della mail, ed ancor più dell'sms, stravolgono i contenuti di una comunicazione tra persone lontanissime) che peraltro (il concetto di ibridazione è sconosciuto a costoro) non soppianta la lettera scritta come mezzo di comunicazione, semmai la esalta, enfatizzandone le caratteristiche fisiche e personali che la rendono - appunto - odore, tatto, attesa.
Un link interessante per approfondire alcuni spunti: Derrick De Kerckhove.
Interessante invece lo spunto del tema generale, sulla comunicazione delle emozioni. Tuttavia, patetica la boriosità di chi ha steso la traccia, tra il nostalgico mieloso (un tempo... l'attesa... gli odori...) e l'apocalittico piccolo-borghese (oggi impersonale ed immediata). Persa un'occasione per analizzare la vastità di una produzione letteraria nuova, con simboli nuovi (emoticon, ma anche acronimi, signatures, link, ipertestualità, abbreviazioni originali ed altro ancora), con dimensioni nuove (il senso di vicinanza e di prossimità della mail, ed ancor più dell'sms, stravolgono i contenuti di una comunicazione tra persone lontanissime) che peraltro (il concetto di ibridazione è sconosciuto a costoro) non soppianta la lettera scritta come mezzo di comunicazione, semmai la esalta, enfatizzandone le caratteristiche fisiche e personali che la rendono - appunto - odore, tatto, attesa.
Un link interessante per approfondire alcuni spunti: Derrick De Kerckhove.
Del viaggiare schematico, ovvero perché odio la geografia turistica. E perché in Ancona ti porto al Passetto a mangiare le crucete
In qualunque esame per l'abilitazione alle professioni turistiche che si rispetti, la parte del leone la fa sempre la geografia turistica. Ovvio: come puoi lavorare nel turismo se non sai dove sono (e cosa siano) Petra, o l'Angkor Vat, o Abu Simbel, o Machu Picchu? Mica tanto ovvio, per la verità: me lo ricordavo a memoria il giorno dell'esame, ora la memoria è un po' più arrugginita, specie se non tratto destinazioni internazionali.
Ho sempre amato la geografia: da piccolo, passavo ore a guardare il mappamondo, l'atlante, la cartina geografica. Mi piaceva scovare quei posti dai nomi esotici, immaginare le facce di chi ci viveva, sentirli pronunciare nei discorsi. Mi affascinava la Mongolia, persa laggiù in Asia, ma anche il Giappone, con tutte quelle città in un centimetro quadrato di mappamondo. E poi l'America, da Nord a Sud: guardavo le città del Brasile e mi immaginavo le spiagge calde quando da noi era inverno. Leggevo Bahìa e pensavo a come ne parlava José Carioca nei Tre Caballeros di Walt Disney.
Poi è venuta la geografia turistica. Con una passione del genere, non è difficile imparare tutti quei nomi. Il viaggio per me è sempre significato, tra le altre cose, mutare in qui-ed -ora qualcosa che era là-e-poi: essere a Sydney avendola sempre immaginata come lontanissima, quasi appartenente ad un'altra era, mi fa sentire un supereroe, che supera le barriere dello spazio e del tempo.
Eppure, c'è qualcosa nella geografia turistica che sottende il semplice nozionismo: la pretesa di rinchiudere in una categoria ben precisa quello che si deve fare, vedere, non perdere quando si è in un certo posto. Più che nozionismo, tassonomia: Asia -> Sud-Est asiatico -> Cambogia -> Angkor Vat; America -> Nord America -> Canada (o tour Usa-Canada) -> Niagara Falls.
Forse aveva senso cent'anni fa. Senza televisione, cinema, Internet, se andavi a Roma e non vedevi il Colosseo te l'eri perso, al massimo te la cavavi con qualche stampa. Lo raccontavi agli amici, tingendolo con particolari che solo tu eri riuscito a scorgere (ricorda - faceva dire il grande Ignazio Silone ad un cafone su Fontamara - quando sei a Nuova York, vai sulla quarantanovesima strada).
Oggi, tutto sommato, lo vedi in tv, al cinema, su Internet, nelle foto, nei video amatoriali, nei disegni... insomma, non rischi di perdertelo. Diventa semplicemente una categoria nella quale entrare per non sentirsi estranei alla massa che ne fa parte. Se sei stato a Roma, devi far parte di quelli che hanno visto il Colosseo (vale anche per l'Angkor Vat, Ground Zero, le cascate del Niagara ecc.). Se non ci vai, non la scampi: sei un alternativo (altra categoria massificata), perché deliberatamente scegli di non appartenere ad una categoria in quanto percepita di massa.
Altro è, a mio parere, capire cosa si vede, e tracciarne le direzioni maturando così l'abilità a tradurre la tradizione. Una tesi di laurea in Comunicazione credo si intitolasse così, mi pare parlasse della Sardegna e sono sempre stato curioso di leggerla. Lorenzo Cairoli, ad esempio, è molto abile in questo, in particolare quando parla del Piemonte: racconta, narra, trova i fili più nascosti e intesse le trame dei piatti, dei monumenti, delle tradizioni.
Questo dovrebbe saper fare un'ottima guida turistica (intesa sia come libro che -ancor più- come persona): rendere ogni monumento, piatto, costume e quant'altro non un obbligo perché va visto, assaggiato, fotografato, ma parte di una narrazione, un racconto del quale si è curiosi di vedere come va a finire.
Per esempio, se in Ancona (sì, per quanto possa sembrare strano o stonato, si dice in Ancona, leggiti Sorelle Materassi) ti porto a mangiare le crocette, non lo farò mai - se possibile - al ristorante. E ti assicuro, non perché così non è tipico. Della tipicità non me ne frega un beneamato: è solo un'altra etichetta, una categoria, devi farlo perché è tipico. Semplicemente perché - secondo me - lo spirito delle crucete, così come delle saraghine a scotadeti, è di mangiarle su un cartoccio davanti al Passetto, simbolo, con le sue grotte, di chi ha strappato un salotto alla roccia; simbolo dei pureti che hanno fatto le nozze coi fichi secchi, ma gli sono venute bene. E poi ti reciterò - o io, o magari un attore teatrale - le poesie che ti ho appena linkato.
Avrai capito lo spirito della città e sarai poi curioso di saperne di più. Molto più che leggendo una qualsiasi guida del touring o - peggio ancora - della Lonely Planet.
Ho sempre amato la geografia: da piccolo, passavo ore a guardare il mappamondo, l'atlante, la cartina geografica. Mi piaceva scovare quei posti dai nomi esotici, immaginare le facce di chi ci viveva, sentirli pronunciare nei discorsi. Mi affascinava la Mongolia, persa laggiù in Asia, ma anche il Giappone, con tutte quelle città in un centimetro quadrato di mappamondo. E poi l'America, da Nord a Sud: guardavo le città del Brasile e mi immaginavo le spiagge calde quando da noi era inverno. Leggevo Bahìa e pensavo a come ne parlava José Carioca nei Tre Caballeros di Walt Disney.
Poi è venuta la geografia turistica. Con una passione del genere, non è difficile imparare tutti quei nomi. Il viaggio per me è sempre significato, tra le altre cose, mutare in qui-ed -ora qualcosa che era là-e-poi: essere a Sydney avendola sempre immaginata come lontanissima, quasi appartenente ad un'altra era, mi fa sentire un supereroe, che supera le barriere dello spazio e del tempo.
Eppure, c'è qualcosa nella geografia turistica che sottende il semplice nozionismo: la pretesa di rinchiudere in una categoria ben precisa quello che si deve fare, vedere, non perdere quando si è in un certo posto. Più che nozionismo, tassonomia: Asia -> Sud-Est asiatico -> Cambogia -> Angkor Vat; America -> Nord America -> Canada (o tour Usa-Canada) -> Niagara Falls.
Forse aveva senso cent'anni fa. Senza televisione, cinema, Internet, se andavi a Roma e non vedevi il Colosseo te l'eri perso, al massimo te la cavavi con qualche stampa. Lo raccontavi agli amici, tingendolo con particolari che solo tu eri riuscito a scorgere (ricorda - faceva dire il grande Ignazio Silone ad un cafone su Fontamara - quando sei a Nuova York, vai sulla quarantanovesima strada).
Oggi, tutto sommato, lo vedi in tv, al cinema, su Internet, nelle foto, nei video amatoriali, nei disegni... insomma, non rischi di perdertelo. Diventa semplicemente una categoria nella quale entrare per non sentirsi estranei alla massa che ne fa parte. Se sei stato a Roma, devi far parte di quelli che hanno visto il Colosseo (vale anche per l'Angkor Vat, Ground Zero, le cascate del Niagara ecc.). Se non ci vai, non la scampi: sei un alternativo (altra categoria massificata), perché deliberatamente scegli di non appartenere ad una categoria in quanto percepita di massa.
Altro è, a mio parere, capire cosa si vede, e tracciarne le direzioni maturando così l'abilità a tradurre la tradizione. Una tesi di laurea in Comunicazione credo si intitolasse così, mi pare parlasse della Sardegna e sono sempre stato curioso di leggerla. Lorenzo Cairoli, ad esempio, è molto abile in questo, in particolare quando parla del Piemonte: racconta, narra, trova i fili più nascosti e intesse le trame dei piatti, dei monumenti, delle tradizioni.
Questo dovrebbe saper fare un'ottima guida turistica (intesa sia come libro che -ancor più- come persona): rendere ogni monumento, piatto, costume e quant'altro non un obbligo perché va visto, assaggiato, fotografato, ma parte di una narrazione, un racconto del quale si è curiosi di vedere come va a finire.
Per esempio, se in Ancona (sì, per quanto possa sembrare strano o stonato, si dice in Ancona, leggiti Sorelle Materassi) ti porto a mangiare le crocette, non lo farò mai - se possibile - al ristorante. E ti assicuro, non perché così non è tipico. Della tipicità non me ne frega un beneamato: è solo un'altra etichetta, una categoria, devi farlo perché è tipico. Semplicemente perché - secondo me - lo spirito delle crucete, così come delle saraghine a scotadeti, è di mangiarle su un cartoccio davanti al Passetto, simbolo, con le sue grotte, di chi ha strappato un salotto alla roccia; simbolo dei pureti che hanno fatto le nozze coi fichi secchi, ma gli sono venute bene. E poi ti reciterò - o io, o magari un attore teatrale - le poesie che ti ho appena linkato.
Avrai capito lo spirito della città e sarai poi curioso di saperne di più. Molto più che leggendo una qualsiasi guida del touring o - peggio ancora - della Lonely Planet.
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domenica 15 giugno 2008
Straniero, italiano, sinonimi.
Il cous-cous - ovviamente di matrice araba - in Sicilia; lo strudel - austriaco - in Trentino Alto Adige.
Francese inVal D'Aosta, ladino e tedesco in Alto Adige, greco in Salento, albanese in Calabria, català in Sardegna, sloveno in Friuli. Magna Grecia in Sud-Italia, mosaici bizantini a Ravenna. Arte normanna a Palermo, ma con maestranze arabe.
Uvetta - sultanina, ovvio - nei piatti meridionali ma anche veneti, baccalà e stockfish - pardon, stoccafisso - dalla Norvegia normanna. Pomodoro - amerindio - e patata - idem. Vino iracheno, o mesopotamico, ed olio greco, ma qui stanno così bene che rendono al meglio. Asiatici in Etruria, e turchi fondatori di Roma (Roma? Enea? Troia? Schliemann?), biondi, alti ed occhi azzurri in Sicilia, accanto a mori, bassi e scuri, eppure entrambi siculi doc.
Cozze? No, moscioli in Ancona, ma anche muscoli a Livorno e mussels in Inghilterra e musseln in Germania. Spagnoli in Piemonte, ma anche francesi, e non solo lì, pure a Napoli (Pascà, Pascal, Pasquale). Spezie in tutt'Italia, ma dall'Asia. Seta sì, ma cinese. Caffè arabo, ma dal Brasile. Cacao messicano, con il mais.
Russi, asiatici, arabi, scandinavi, tedeschi, spagnoli, francesi, turchi, arabi, mesopotamici, greci, inglesi, nordafricani, albanesi. Tutti italiani doc.
Cosa significa dunque straniero in Italia?
Francese inVal D'Aosta, ladino e tedesco in Alto Adige, greco in Salento, albanese in Calabria, català in Sardegna, sloveno in Friuli. Magna Grecia in Sud-Italia, mosaici bizantini a Ravenna. Arte normanna a Palermo, ma con maestranze arabe.
Uvetta - sultanina, ovvio - nei piatti meridionali ma anche veneti, baccalà e stockfish - pardon, stoccafisso - dalla Norvegia normanna. Pomodoro - amerindio - e patata - idem. Vino iracheno, o mesopotamico, ed olio greco, ma qui stanno così bene che rendono al meglio. Asiatici in Etruria, e turchi fondatori di Roma (Roma? Enea? Troia? Schliemann?), biondi, alti ed occhi azzurri in Sicilia, accanto a mori, bassi e scuri, eppure entrambi siculi doc.
Cozze? No, moscioli in Ancona, ma anche muscoli a Livorno e mussels in Inghilterra e musseln in Germania. Spagnoli in Piemonte, ma anche francesi, e non solo lì, pure a Napoli (Pascà, Pascal, Pasquale). Spezie in tutt'Italia, ma dall'Asia. Seta sì, ma cinese. Caffè arabo, ma dal Brasile. Cacao messicano, con il mais.
Russi, asiatici, arabi, scandinavi, tedeschi, spagnoli, francesi, turchi, arabi, mesopotamici, greci, inglesi, nordafricani, albanesi. Tutti italiani doc.
Cosa significa dunque straniero in Italia?
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giovedì 8 maggio 2008
E facci vedere il tuo Ministero!!!
Ministro delle Pere Opportunità:
Sicuramente più Opportunità che pere.
Questa è forse l'immagine più presentabile del nuovo governo. Se penso ai Ministeri dello Sviluppo, della Semplificazione (pensando al soggetto, c'è da chiedersi se "semplice" sia aggettivo o sostantivo), dei Beni Culturali e delle Riforme, c'è di che preoccuparsi.
Senza contare lo Sviluppo Economico. Visti i precedenti, c'è ben da sperare (attenzione: sul secondo link vengono menzionati anche gli attuali ministri Welfare e Interni).
Evvai! :-(
giovedì 31 gennaio 2008
Visitate l'Italia prima che vada in rovina del tutto...
Giusto per iniziare bene la giornata. Ma il bello è che il suo elettorato si impettisce e dice piccato Visto? Mica era colpevole! Che poi la scelta era tra la prescrizione e l'assoluzione perché l'imputato, a processo in corso, ha stabilito che non è più reato (ps: negli USA ti fai 25 anni di galera).
E' questa ignoranza che mi fa incazzare, così come il Ministro della Giustizia che dice che non crede alla giustizia, ma fa notizia perché legge una poesia (che non era manco di Neruda oltretutto, ma tanto è uguale).
Fantastico il nostro paese (con la minuscola, ci mancherebbe!).
Stranieri, venite in Italia, prima che affoghiamo con la baracca e tutto. Forse, attendendo un po', qualcuno finalmente cementificherà anche il centro storico di Roma. Si può? Non si può? E chi se ne frega: mica si va più in carcere in Italia.
A meno che non ti fai una canna, o non coltivi marijuana come Aldo Bianzino. Per il qual caso può anche esserci la pena di morte, altro che moratorie.
E' questa ignoranza che mi fa incazzare, così come il Ministro della Giustizia che dice che non crede alla giustizia, ma fa notizia perché legge una poesia (che non era manco di Neruda oltretutto, ma tanto è uguale).
Fantastico il nostro paese (con la minuscola, ci mancherebbe!).
Stranieri, venite in Italia, prima che affoghiamo con la baracca e tutto. Forse, attendendo un po', qualcuno finalmente cementificherà anche il centro storico di Roma. Si può? Non si può? E chi se ne frega: mica si va più in carcere in Italia.
A meno che non ti fai una canna, o non coltivi marijuana come Aldo Bianzino. Per il qual caso può anche esserci la pena di morte, altro che moratorie.
venerdì 25 gennaio 2008
Il Minimetro di Perugia: ma a voi piace?
Non so, non riesco a spiegarmi una cosa. Leggo del minimetro di Perugia, e vado a vedere alcune foto.
Mah, a me sembra brutto (e non solo a me, a quanto vedo). Mi pare la classica monorotaia, quindi brutta per definizione: basta pensare a Seattle o Sydney. E' come avere un garage in cucina. I vagoni passano ad altezza finestre, vista cesso, svelando più il brutto che il bello delle città. Dalle foto sembra l'orribile bretella di Roma, che Paolo Villaggio non a caso battezzò nella scena dell'autobus preso al volo da Fantozzi.
Oltre che brutte, poi, le monorotaie sono inutili. Passata l'euforia iniziale, resta un serpentone di cemento, fisso ed immobile, visibile e panoramicamente devastante. Il contrario di un moderno sistema di mezzi di trasporto, elastico, flessibile, deviabile. Il contrario delle scale mobili per le quali Perugia ha dato scuola in Italia: sotterranee, poco invadenti, pratiche e funzionali: il centro storico accessibile parcheggiando in pianura. Credo che il minimetro sia la perfetta infrastruttura positivistica da Esposizione Universale anni cinquanta.
Peccato che quell'epoca sia passata da un pezzo.
Mah, a me sembra brutto (e non solo a me, a quanto vedo). Mi pare la classica monorotaia, quindi brutta per definizione: basta pensare a Seattle o Sydney. E' come avere un garage in cucina. I vagoni passano ad altezza finestre, vista cesso, svelando più il brutto che il bello delle città. Dalle foto sembra l'orribile bretella di Roma, che Paolo Villaggio non a caso battezzò nella scena dell'autobus preso al volo da Fantozzi.
Oltre che brutte, poi, le monorotaie sono inutili. Passata l'euforia iniziale, resta un serpentone di cemento, fisso ed immobile, visibile e panoramicamente devastante. Il contrario di un moderno sistema di mezzi di trasporto, elastico, flessibile, deviabile. Il contrario delle scale mobili per le quali Perugia ha dato scuola in Italia: sotterranee, poco invadenti, pratiche e funzionali: il centro storico accessibile parcheggiando in pianura. Credo che il minimetro sia la perfetta infrastruttura positivistica da Esposizione Universale anni cinquanta.
Peccato che quell'epoca sia passata da un pezzo.
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martedì 22 gennaio 2008
Alla ricerca di qualche agenzia di viaggi italiana che "parli" in rete.
Dice ok, spari sempre sulle agenzie di viaggio, ma non puoi fare di tutta l'erba un fascio, non è corretto...
E' vero, chiariamo i punti ambigui. Non odio le agenzie di viaggio, anzi, quelle le amo da morire. Il problema vero è che purtroppo le agenzie di "viaggio" sono pochissime. Molto, moltissimo, è - per ragioni del tutto condivisibili - un polpettone da supermercato turistico.
Accade per diversi settori, tipo l'abbigliamento: nei centri commerciali i vestiti fanno schifo e costano un botto, per trovare negozi validi in cui riesci a comprare bene senza accendere mutui per capi di buona qualità devi girare con una bacchetta da rabdomante. Perché? Perché gli ostacoli oggi sono molti, ma soprattutto a saper far bene il proprio lavoro sono davvero in pochi.
Idem per le agenzie, non solo italiane, come ho avuto modo di constatare.
Oggi giravo un po' in rete, alla (disperata) ricerca di qualche blog interessante di agenzie di viaggi. Ho guardato un po' su technorati, per ora niente di rilevante. Siti e blog anche belli nella grafica, ma senz'anima. Informazioni in stile da catalogo, poco o nulla delle persone che ci lavorano dentro, commenti inesistenti quando non finti (ma il Fabio di Gattinoni si fa dieci vacanze l'anno o è l'autore del blog?), forum deserti che a quel punto andrebbero tolti.
Mi pare che finora i maggiori risultati li abbia colti chi è andato a spulciarsi i forum "veri", già esistenti in rete, dando commenti, suggerimenti e disponibilità all'acquisto.
Ovviamente, attendo segnalazioni di agenzie con blog o sito valido. Non vedo l'ora!
E' vero, chiariamo i punti ambigui. Non odio le agenzie di viaggio, anzi, quelle le amo da morire. Il problema vero è che purtroppo le agenzie di "viaggio" sono pochissime. Molto, moltissimo, è - per ragioni del tutto condivisibili - un polpettone da supermercato turistico.
Accade per diversi settori, tipo l'abbigliamento: nei centri commerciali i vestiti fanno schifo e costano un botto, per trovare negozi validi in cui riesci a comprare bene senza accendere mutui per capi di buona qualità devi girare con una bacchetta da rabdomante. Perché? Perché gli ostacoli oggi sono molti, ma soprattutto a saper far bene il proprio lavoro sono davvero in pochi.
Idem per le agenzie, non solo italiane, come ho avuto modo di constatare.
Oggi giravo un po' in rete, alla (disperata) ricerca di qualche blog interessante di agenzie di viaggi. Ho guardato un po' su technorati, per ora niente di rilevante. Siti e blog anche belli nella grafica, ma senz'anima. Informazioni in stile da catalogo, poco o nulla delle persone che ci lavorano dentro, commenti inesistenti quando non finti (ma il Fabio di Gattinoni si fa dieci vacanze l'anno o è l'autore del blog?), forum deserti che a quel punto andrebbero tolti.
Mi pare che finora i maggiori risultati li abbia colti chi è andato a spulciarsi i forum "veri", già esistenti in rete, dando commenti, suggerimenti e disponibilità all'acquisto.
Ovviamente, attendo segnalazioni di agenzie con blog o sito valido. Non vedo l'ora!
lunedì 21 gennaio 2008
L'itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 4 - il Top End
Qui le puntate precedenti:
Prima parte, Sydney.
Seconda parte, le Great Ocean Road.
Terza parte, Kangaroo Island.
Arriviamo a Darwin da Kangaroo Island via Adelaide venerdì 19 ottobre verso le due di notte. Alcune ore dopo avremo il tour di quattro giorni nel Top-End: tra Kakadu, Katherine Gorge e Litchfield ci spareremo più di mille chilometri, inevitabile ricorrere ad un tour guidato (in senso proprio: voce del verbo "guidare"). Lo abbiamo prenotato presso un'agenzia viaggi di Sydney: ci hanno garantito che sono ben informati ed equipaggiati per i pasti senza glutine.
Alla decisione concorre il fattore caldo: non so bene come affrontare i rischi della calura per il cibo (che dovremo portarci sempre dietro, soprattutto pane e verdure, visto che mia moglie è celiaca), né su cosa far riferimento per il rischio disidratazione, cioè con che frequenza ci sono i distributori e i punti di ristoro, che strade conviene fare ecc.
A posteriori, mi convinco che un viaggio del genere è invece alla portata di chiunque abbia un minimo di sale in zucca: Rovigo d'estate è molto più disidratante di qualsiasi posto visitato in Australia ad ottobre. Il vero problema, risolvibile con un'auto dal bagagliaio capiente, è la scarsa frequenza - ma neanche troppo - di punti d'appoggio. E' sufficiente fare un'abbondante spesa di cibarie il meno raffinate possibile, munirsi di un contenitore tipo vasca di plastica, dove riporre il cibo accanto a blocchi di ghiaccio in busta che vengono venduti ovunque. Meglio lasciare l'auto all'ombra in modo da evitare il caldo eccessivo, considerato che trenta gradi li fa sempre, sia di giorno che di notte, quando la temperatura scende sì e no di cinque gradi.
Del senno di poi son pien le fosse, ma ahimé capitiamo proprio in mani sbagliate. La guida - tale John Grant, un tasmaniano schizofrenico e sfasato - è disastrosa. Conosce poco o nulla dei posti che visitiamo (neanche dove fosse la croce del sud, che peraltro ad ottobre - scopriremo poi - è solo parzialmente visibile) e la mette sempre sullo pseudo-filosofico. Ma soprattutto, la sensibilità mostrata verso l'intolleranza al glutine di mia moglie è stata di segno addirittura negativo, con battute continue di pessimo gusto e completa ignoranza e indisponenza nei nostri confronti. Il che, da uno che deve anche prepararti pranzo e cena, è ovviamente imperdonabile.
Superfluo dilungarsi sui posti, inevitabilmente bellissimi, che alleviano di molto il disagio: qualsiasi descrizione con foto potete trovarvela ovunque in rete. Il punto è un altro: come sempre, non appena ci siamo affidati a un'agenzia, abbiamo toppato.
E' inutile, gente: se parlate un minimo di inglese, lasciate perdere qualunque velleità del tipo "così risparmio tempo" o "pensano a tutto loro". Di agenzie di viaggi così ne esistono pochissime, che giustamente costano. Il tour con Safari Connection, ovviamente acquistato tramite agenzia, ed ovviamente operato dalla controllata del mega-tour operator APT (Asian Pacific Touring) ha fatto tecnicamente cacare.
Ovvio che non ci sia modo per ottenere alcun rimborso, neanche se l'ultima notte dormi con rane ovunque, bagni fatiscienti e camere che se venisse l'Asl di Napoli le farebbe chiudere all'istante. Neanche se una guida del genere l'ultima sera, dopo essergli stati dietro come ad un bambino (e per fortuna che in Australia c'è una legge seria sugli allergeni compreso il glutine, altro che la baraonda di casa nostra!), ti mette la salsa alla soia con amido di frumento sul risotto quasi di nascosto, e tu resisti all'impulso più che umano di metterci anche lui dentro quel risotto.
Questo per raccontarvi l'esperienza passata nel Top-End, nonostante la bellezza inopinabile dei posti. Ovviamente, le uniche note organizzative che si distinguono sono quelle preparate da noi: l'Hotel dell'aeroporto di Darwin è ampiamente tra i migliori mai visti, nessun rumore, pulitissimo, elegante, con una piscina che da sola basterebbe a giustificarne la permanenza. Tre minuti e sei a letto, recita il claim nei pullmini navetta. In realtà ce ne vogliono sette.
Dopo Darwin, mi sono definitivamente convinto che i viaggi è meglio organizzarseli da soli, affidandosi - spendendo, sì, ma meritano - ai piccoli tour operator locali, gestiti da gente del posto, che quei luoghi deve per forza amarli per portartici in viaggio.
Ad ogni modo, valanghe di bagni nelle piscine naturali, vegetazione lussureggiante e l'impressione di vedere in che stato sono ridotti gli aborigeni: spesso ubriachi, sguardo assente se non carico di odio (a ragione, visto tutto quel che è stato fatto loro dall'uomo bianco). Questo soprattutto è ciò che ci portiamo come souvenir dal Top End.
Ora, martedì 23 ottobre 2007, il viaggio continua nel deserto...
Prima parte, Sydney.
Seconda parte, le Great Ocean Road.
Terza parte, Kangaroo Island.
Arriviamo a Darwin da Kangaroo Island via Adelaide venerdì 19 ottobre verso le due di notte. Alcune ore dopo avremo il tour di quattro giorni nel Top-End: tra Kakadu, Katherine Gorge e Litchfield ci spareremo più di mille chilometri, inevitabile ricorrere ad un tour guidato (in senso proprio: voce del verbo "guidare"). Lo abbiamo prenotato presso un'agenzia viaggi di Sydney: ci hanno garantito che sono ben informati ed equipaggiati per i pasti senza glutine.
Alla decisione concorre il fattore caldo: non so bene come affrontare i rischi della calura per il cibo (che dovremo portarci sempre dietro, soprattutto pane e verdure, visto che mia moglie è celiaca), né su cosa far riferimento per il rischio disidratazione, cioè con che frequenza ci sono i distributori e i punti di ristoro, che strade conviene fare ecc.
A posteriori, mi convinco che un viaggio del genere è invece alla portata di chiunque abbia un minimo di sale in zucca: Rovigo d'estate è molto più disidratante di qualsiasi posto visitato in Australia ad ottobre. Il vero problema, risolvibile con un'auto dal bagagliaio capiente, è la scarsa frequenza - ma neanche troppo - di punti d'appoggio. E' sufficiente fare un'abbondante spesa di cibarie il meno raffinate possibile, munirsi di un contenitore tipo vasca di plastica, dove riporre il cibo accanto a blocchi di ghiaccio in busta che vengono venduti ovunque. Meglio lasciare l'auto all'ombra in modo da evitare il caldo eccessivo, considerato che trenta gradi li fa sempre, sia di giorno che di notte, quando la temperatura scende sì e no di cinque gradi.
Del senno di poi son pien le fosse, ma ahimé capitiamo proprio in mani sbagliate. La guida - tale John Grant, un tasmaniano schizofrenico e sfasato - è disastrosa. Conosce poco o nulla dei posti che visitiamo (neanche dove fosse la croce del sud, che peraltro ad ottobre - scopriremo poi - è solo parzialmente visibile) e la mette sempre sullo pseudo-filosofico. Ma soprattutto, la sensibilità mostrata verso l'intolleranza al glutine di mia moglie è stata di segno addirittura negativo, con battute continue di pessimo gusto e completa ignoranza e indisponenza nei nostri confronti. Il che, da uno che deve anche prepararti pranzo e cena, è ovviamente imperdonabile.
Superfluo dilungarsi sui posti, inevitabilmente bellissimi, che alleviano di molto il disagio: qualsiasi descrizione con foto potete trovarvela ovunque in rete. Il punto è un altro: come sempre, non appena ci siamo affidati a un'agenzia, abbiamo toppato.
E' inutile, gente: se parlate un minimo di inglese, lasciate perdere qualunque velleità del tipo "così risparmio tempo" o "pensano a tutto loro". Di agenzie di viaggi così ne esistono pochissime, che giustamente costano. Il tour con Safari Connection, ovviamente acquistato tramite agenzia, ed ovviamente operato dalla controllata del mega-tour operator APT (Asian Pacific Touring) ha fatto tecnicamente cacare.
Ovvio che non ci sia modo per ottenere alcun rimborso, neanche se l'ultima notte dormi con rane ovunque, bagni fatiscienti e camere che se venisse l'Asl di Napoli le farebbe chiudere all'istante. Neanche se una guida del genere l'ultima sera, dopo essergli stati dietro come ad un bambino (e per fortuna che in Australia c'è una legge seria sugli allergeni compreso il glutine, altro che la baraonda di casa nostra!), ti mette la salsa alla soia con amido di frumento sul risotto quasi di nascosto, e tu resisti all'impulso più che umano di metterci anche lui dentro quel risotto.
Questo per raccontarvi l'esperienza passata nel Top-End, nonostante la bellezza inopinabile dei posti. Ovviamente, le uniche note organizzative che si distinguono sono quelle preparate da noi: l'Hotel dell'aeroporto di Darwin è ampiamente tra i migliori mai visti, nessun rumore, pulitissimo, elegante, con una piscina che da sola basterebbe a giustificarne la permanenza. Tre minuti e sei a letto, recita il claim nei pullmini navetta. In realtà ce ne vogliono sette.
Dopo Darwin, mi sono definitivamente convinto che i viaggi è meglio organizzarseli da soli, affidandosi - spendendo, sì, ma meritano - ai piccoli tour operator locali, gestiti da gente del posto, che quei luoghi deve per forza amarli per portartici in viaggio.
Ad ogni modo, valanghe di bagni nelle piscine naturali, vegetazione lussureggiante e l'impressione di vedere in che stato sono ridotti gli aborigeni: spesso ubriachi, sguardo assente se non carico di odio (a ragione, visto tutto quel che è stato fatto loro dall'uomo bianco). Questo soprattutto è ciò che ci portiamo come souvenir dal Top End.
Ora, martedì 23 ottobre 2007, il viaggio continua nel deserto...
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venerdì 18 gennaio 2008
Girando in rete per trovare notizie di una zona: suggerimenti
Navigando navigando, vedo che Punto Informatico mette Saporetipico.it tra i siti per navigare. Ora, per quanto sia allergico al termine tipico, che oramai ha soppiantato alla grande il pittoresco di Montesano, la curiosità e l'autorevolezza che riconosco a Punto Informatico mi spingono alla visita.
Che dire? Accattivante e semplice la grafica, ma c'è una grossa pecca, a mio avviso: manca l'anima. Cosa pensano, cosa fanno, chi sono gli autori di questo sito? Che facce hanno? Non per farsi gli affari loro, ma almeno vedere una direzione, un'opinione.
I Vincisgrassi riportati così, tra le mille versioni e ricette opinabili (questa mi pare che metta un fottìo di burro e pochissimo olio), li trovo ovunque su Google: se a loro piacciano o meno, se ci mettano più olio e meno burro, se le rigaglie siano troppe o poche per i loro gusti, non lo so.
Comunque, un sito utile per prendere i punti di riferimento: cosa c'è, cosa non c'è in una regione anziché un'altra. E da lì, muoversi altrove.
Che dire? Accattivante e semplice la grafica, ma c'è una grossa pecca, a mio avviso: manca l'anima. Cosa pensano, cosa fanno, chi sono gli autori di questo sito? Che facce hanno? Non per farsi gli affari loro, ma almeno vedere una direzione, un'opinione.
I Vincisgrassi riportati così, tra le mille versioni e ricette opinabili (questa mi pare che metta un fottìo di burro e pochissimo olio), li trovo ovunque su Google: se a loro piacciano o meno, se ci mettano più olio e meno burro, se le rigaglie siano troppe o poche per i loro gusti, non lo so.
Comunque, un sito utile per prendere i punti di riferimento: cosa c'è, cosa non c'è in una regione anziché un'altra. E da lì, muoversi altrove.
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domenica 30 dicembre 2007
La sindrome da tipicizzazione selvaggia: la Toscana
Nella serie di vecchi articoli, questo riguarda la Toscana. Beninteso: la Toscana turistica, tipica, finta dei borghi oramai teatralizzati. La Toscana di Bolgheri, Montalcino e Pienza, tanto per capirci. Rileggendo il post anche a distanza di tempo confermo le mie impressioni. Valutazioni oggettive è impossibile farne, ma ritengo che poco sia cambiato da quasi quattro anni a questa parte (maggio 2004). Come sempre, i corsivi sono aggiunte di oggi.
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La scorsa settimana sono stato in Toscana. Più precisamente, nella zona di Montalcino. Ero lì per una cresima, peraltro in un posto bellissimo che si chiama Cinigiano (provincia di Grosseto), a dieci chilometri dal paese del celebre Brunello. Mi trovavo in una zona verdissima, con alcuni poderi e prati a perdita d'occhio. Con tutto ciò che ne consegue: aria purissima, carne e verdure eccezionali, vino buono e via dicendo.
Poi, dovendo recarmi a Chianciano Terme, dal mio mitico amico Kilian, ho valicato il confine con la Provincia di Siena e ho fatto il giro delle località più famose: Montalcino, San Quirico d'Orcia, Pienza, Montepulciano. Strada obbligata, ed anche piacevole. Tuttavia, visitando i centri storici di queste località, mi sono trovato a disagio nel vedere una miriade di gastronomie, locali tipici (con la parola "tipico" presente in ogni dove), tutto il paese "in ghingheri", ma quasi assenti salumieri, fornai, fruttivendoli, cioè negozi per la vita quotidiana.
Ebbene, a mio parere, questi posti hanno concluso la propria esistenza. Vivono oramai prigionieri del loro mito, e della moda che li accompagna. Sembra di visitare le case di quei nobili decaduti, ancora convinti di vivere in una favola, non essendo più presi dal concreto.
Oddio, magari è così: ad un turista, piace vivere in una favola, e non essere disturbato. Tuttavia, credo che la cosa, alla lunga, non paghi. Perché rischia di diventare una "sindrome da tipicizzazione", che dura finché dura la moda. Ma come questa vacilla, appena altri luoghi diverranno "in", come si trasformeranno i vari Montepulciano, Montalcino, Pienza? Villaggi fantasma? Non credo; forse, molto più semplicemente, torneranno quelli di prima. Ma ce la faranno, dopo essere vissuti prigionieri del proprio mito, o faranno come quei divi del muto, che dal proprio mito non uscirono mai?
O sono io ad essere apocalittico?
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La scorsa settimana sono stato in Toscana. Più precisamente, nella zona di Montalcino. Ero lì per una cresima, peraltro in un posto bellissimo che si chiama Cinigiano (provincia di Grosseto), a dieci chilometri dal paese del celebre Brunello. Mi trovavo in una zona verdissima, con alcuni poderi e prati a perdita d'occhio. Con tutto ciò che ne consegue: aria purissima, carne e verdure eccezionali, vino buono e via dicendo.
Poi, dovendo recarmi a Chianciano Terme, dal mio mitico amico Kilian, ho valicato il confine con la Provincia di Siena e ho fatto il giro delle località più famose: Montalcino, San Quirico d'Orcia, Pienza, Montepulciano. Strada obbligata, ed anche piacevole. Tuttavia, visitando i centri storici di queste località, mi sono trovato a disagio nel vedere una miriade di gastronomie, locali tipici (con la parola "tipico" presente in ogni dove), tutto il paese "in ghingheri", ma quasi assenti salumieri, fornai, fruttivendoli, cioè negozi per la vita quotidiana.
Ebbene, a mio parere, questi posti hanno concluso la propria esistenza. Vivono oramai prigionieri del loro mito, e della moda che li accompagna. Sembra di visitare le case di quei nobili decaduti, ancora convinti di vivere in una favola, non essendo più presi dal concreto.
Oddio, magari è così: ad un turista, piace vivere in una favola, e non essere disturbato. Tuttavia, credo che la cosa, alla lunga, non paghi. Perché rischia di diventare una "sindrome da tipicizzazione", che dura finché dura la moda. Ma come questa vacilla, appena altri luoghi diverranno "in", come si trasformeranno i vari Montepulciano, Montalcino, Pienza? Villaggi fantasma? Non credo; forse, molto più semplicemente, torneranno quelli di prima. Ma ce la faranno, dopo essere vissuti prigionieri del proprio mito, o faranno come quei divi del muto, che dal proprio mito non uscirono mai?
O sono io ad essere apocalittico?
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lunedì 17 dicembre 2007
Alte velocità
Finalmente anche noi siamo nell'Alta Velocità!
Finalmente risparmieremo ben 42 minuti su un'ora e quarantadue!!!
Così facendo, i ritardi medi degli Eurostar scenderebbero a tredici ore e mezza.
Beninteso, considerando che i treni sono gli unici che corrono, sotto la neve...
Finalmente risparmieremo ben 42 minuti su un'ora e quarantadue!!!
Così facendo, i ritardi medi degli Eurostar scenderebbero a tredici ore e mezza.
Beninteso, considerando che i treni sono gli unici che corrono, sotto la neve...
venerdì 14 dicembre 2007
Basta coi fondi pubblici alle strutture ricettive!!!
Anche per quest'anno verranno destinati finanziamenti pari a cento milioni di Euro per la "riqualificazione turistica". In buona sostanza, questi soldi andranno ad aiutare le povere strutture ricettive, che anziché metterci del loro, beneficieranno tranquillamente di risorse pubbliche.
Dice ma, è per creare lavoro... NO! E' per creare voti, voti diffusi visto che questi finanziamenti saranno erogati secondo il modello marchigiano: un po' a tutti, non tanto a pochi. E' un bene? No: nelle Marche esistono pochissimi alberghi in grado di fare accoglienza turistica di alto livello. Lasciamo stare il settore business, che è trainato non dall'offerta ricettiva ma dalla presenza di un tessuto produttivo nel territorio. E perché non esistono? Perché non esiste la mentalità imprenditoriale. A Senigallia, tanto per fare un esempio, che si picca di essere la meta delle famiglie, non esistono intrattenimenti per i bambini. E non vengono aperti, che ne so, mini luna-park, magari al posto di spazi fatiscienti. No, meglio finanziare la costruzione di nuovi alberghi.
La prima cosa che mi viene da dire è che quei cento milioni era meglio destinarli a case popolari piuttosto che a bed and breakfast che apriranno sì e no dieci volte l'anno (nelle Marche è pieno).
La seconda, molto più "nel settore", è che ANDREBBERO TOLTE tutti quei cavolo di Sistemi Turistici Locali, pro-loco, leader II, strade dei vini e compagnia cantante, che disperdono risorse senza alcun beneficio.
Ma porca vacca, ci vuole un genio per capire che:
1) Un cretino che viene nelle Marche (ma vale per tantissimi posti in Italia) non riesce ad avere un ufficio turistico che gli dia non solo informazioni, ma da cui possa acquistare biglietti, prenotare alberghi. No, viene solo inondato di volantini inutili. Rare volte in inglese.
2) Sempre lo stesso cretino, se volesse visitare un museo, raramente può farlo con una guida specializzata. Perché ci sono decine e decine di piccoli musei, stanzette che ricevono finanziamenti, disperdono risorse e per i quali è praticamente impossibile predisporre un servizio di qualità. Tanto per dire: a Fabriano c'è il museo della carta, a San Paolo di Jesi il museo delle etichette del vino, a Jesi il museo della stampa e tipografia. Ma perché non riunire tutti e tre i musei in uno, a Fabriano, e rendere quello il polo attrattivo per la carta. Si risparmierebbe e si fornirebbe un servizio migliore. Ma diminuirebbero i voti, e te la vedi Jesi a cedere finanziamenti per Fabriano? Così come i bronzi di Cartoceto, meglio metterli a Pergola che al Museo regionale di Ancona. Vedo frotte di turisti a Pergola per ammirare delle statue.
3) Rarissime e scadenti le segnalazioni, oltretutto con svariate simbologie, che confondono anche il più burocratico dei turisti. Epperò, guai a poter mettere l'insegna di un b&B all'incrocio di una via.
In definitiva, perché non farsi un giro nel Nord-Europa, o solo in Spagna, tanto per vedere come funziona il turismo lì, e capire perché Spagna e Francia hanno molte più presenze di noi?
Dice ma, è per creare lavoro... NO! E' per creare voti, voti diffusi visto che questi finanziamenti saranno erogati secondo il modello marchigiano: un po' a tutti, non tanto a pochi. E' un bene? No: nelle Marche esistono pochissimi alberghi in grado di fare accoglienza turistica di alto livello. Lasciamo stare il settore business, che è trainato non dall'offerta ricettiva ma dalla presenza di un tessuto produttivo nel territorio. E perché non esistono? Perché non esiste la mentalità imprenditoriale. A Senigallia, tanto per fare un esempio, che si picca di essere la meta delle famiglie, non esistono intrattenimenti per i bambini. E non vengono aperti, che ne so, mini luna-park, magari al posto di spazi fatiscienti. No, meglio finanziare la costruzione di nuovi alberghi.
La prima cosa che mi viene da dire è che quei cento milioni era meglio destinarli a case popolari piuttosto che a bed and breakfast che apriranno sì e no dieci volte l'anno (nelle Marche è pieno).
La seconda, molto più "nel settore", è che ANDREBBERO TOLTE tutti quei cavolo di Sistemi Turistici Locali, pro-loco, leader II, strade dei vini e compagnia cantante, che disperdono risorse senza alcun beneficio.
Ma porca vacca, ci vuole un genio per capire che:
1) Un cretino che viene nelle Marche (ma vale per tantissimi posti in Italia) non riesce ad avere un ufficio turistico che gli dia non solo informazioni, ma da cui possa acquistare biglietti, prenotare alberghi. No, viene solo inondato di volantini inutili. Rare volte in inglese.
2) Sempre lo stesso cretino, se volesse visitare un museo, raramente può farlo con una guida specializzata. Perché ci sono decine e decine di piccoli musei, stanzette che ricevono finanziamenti, disperdono risorse e per i quali è praticamente impossibile predisporre un servizio di qualità. Tanto per dire: a Fabriano c'è il museo della carta, a San Paolo di Jesi il museo delle etichette del vino, a Jesi il museo della stampa e tipografia. Ma perché non riunire tutti e tre i musei in uno, a Fabriano, e rendere quello il polo attrattivo per la carta. Si risparmierebbe e si fornirebbe un servizio migliore. Ma diminuirebbero i voti, e te la vedi Jesi a cedere finanziamenti per Fabriano? Così come i bronzi di Cartoceto, meglio metterli a Pergola che al Museo regionale di Ancona. Vedo frotte di turisti a Pergola per ammirare delle statue.
3) Rarissime e scadenti le segnalazioni, oltretutto con svariate simbologie, che confondono anche il più burocratico dei turisti. Epperò, guai a poter mettere l'insegna di un b&B all'incrocio di una via.
In definitiva, perché non farsi un giro nel Nord-Europa, o solo in Spagna, tanto per vedere come funziona il turismo lì, e capire perché Spagna e Francia hanno molte più presenze di noi?
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venerdì 22 giugno 2007
La Morte di Cala Troisi, a Salina, e la Sicilia da salvare
Apprendo da Stanza 101 della ingloriosa fine di Cala Troisi, a Salina (Eolie), resa famosa dal Postino del celebre attore napoletano.Uno dei numerosissimi episodi che hanno portato gli Inglesi ad incitare i propri concittadini ad andare a vedere l'Italia, prima che gli italiani la rovinino del tutto.
In Sicilia, poi, il fenomeno della rovina delle spiagge sembra direttamente proporzionale alla loro bellezza. Ho una foto - che posterò quanto prima - in cui la spiaggia di San Vito lo Capo appare in tutta la sua bellezza. Quasi tutta, perché allargando il campo visivo, una montagna di rifiuti fa da cornice a una vista eccezionale.
La medesima sensazione di forte delusione l'ho avuta a Siracusa, in cui abusivismo e cattivo gusto rendono una delle più belle città del mondo (tra l'area archeologica, Ortigia ed il mare azzurro, con le colline rinverdite dalla pioggia primaverile, Siracusa avrebbe un setting da paradiso terrestre) in un semplice recipiente di tesori archeologici.
E' inutile: se non si viene educati al gusto, al bello, non è possibile preservarlo.
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lunedì 21 maggio 2007
Ancora sull'evoluzione (o sul ritorno alle origini?) del turismo
Leggo su Shinynews che il web cambia il turismo: il ruolo maggiore in questo processo è ricoperto dal web 2.0. Indovinate chi invece diminuisce nelle vendite online? Ovviamente, le agenzie di viaggio.
Mi pare di averlo già detto, e comunque ritengo riduttiva l'analisi di shiny-news, più che altro in termini di approccio al problema: continuando a confondere "viaggiatori" con "turisti", si possono tracciare tendenze numeriche, ma non è possibile fare previsioni né comprendere come possa avere successo un'impresa "turistica" online.
A mio parere, nel caso di piccole agenzie, sembra piuttosto chiaro che si debba ri-tornare ad essere agenzie di "viaggio". E quindi? E quindi, secondo me, sopravviveranno (online e fuori-line) le agenzie che venderanno *viaggi*, *esperienze*, non semplici "pacchetti", che peraltro su Internet si trovano a prezzi molto più abbordabili, e senza necessità di intermediari.
Possiamo discutere su quanto lunga possa essere l'agonia, su quanto ancora il Governo continui a mantenere l'impianto fascista del settore turistico, ma non c'è alcun dubbio sulla sorte ormai segnata delle agenzie di viaggio.
Mi pare di averlo già detto, e comunque ritengo riduttiva l'analisi di shiny-news, più che altro in termini di approccio al problema: continuando a confondere "viaggiatori" con "turisti", si possono tracciare tendenze numeriche, ma non è possibile fare previsioni né comprendere come possa avere successo un'impresa "turistica" online.
A mio parere, nel caso di piccole agenzie, sembra piuttosto chiaro che si debba ri-tornare ad essere agenzie di "viaggio". E quindi? E quindi, secondo me, sopravviveranno (online e fuori-line) le agenzie che venderanno *viaggi*, *esperienze*, non semplici "pacchetti", che peraltro su Internet si trovano a prezzi molto più abbordabili, e senza necessità di intermediari.
Possiamo discutere su quanto lunga possa essere l'agonia, su quanto ancora il Governo continui a mantenere l'impianto fascista del settore turistico, ma non c'è alcun dubbio sulla sorte ormai segnata delle agenzie di viaggio.
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giovedì 3 maggio 2007
La tirannia della trasparenza, nel turismo e non solo
Neanche ce lo fossimo detti, oggi mi arriva la newsletter di Trendwatching, riguardo alla tirannia della trasparenza, articolo che vale la pena di leggere (è in inglese).
Parla di Tripadvisor, che già conoscevo, ma anche di igougo (I go you go, credo!) ed altri. Poi vado su Google a vedere cosa dicono della Priority Pass Card, letta ieri su travelblog, e trovo questo.
Ma che ve lo dico a fare? Ad altri dovrei dirlo, non qui, dove parliamo già la stessa lingua. Comunque, buon pro vi faccia.
Parla di Tripadvisor, che già conoscevo, ma anche di igougo (I go you go, credo!) ed altri. Poi vado su Google a vedere cosa dicono della Priority Pass Card, letta ieri su travelblog, e trovo questo.
Ma che ve lo dico a fare? Ad altri dovrei dirlo, non qui, dove parliamo già la stessa lingua. Comunque, buon pro vi faccia.
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martedì 1 maggio 2007
Agenzie, viaggi di nozze ed Internet, ovvero: come essere alla canna del gas e non accorgersene
Capita che uno si sposi, nella vita (oggi capita che uno lo faccia più d'una volta, o che non lo faccia punto, ma tant'è), e capita che voglia andare a fare una vacanza particolare, generalmente qualcosa che non ricapiti. Di solito, anche nel mio caso, un viaggiatore cosciente opta sulla distanza come discriminante (concetto ragionevole, visto che è una delle poche volte in cui uno ha un mese per girare).
Succede che uno vada in agenzia di viaggi (perché sai, lì possono fare la lista di nozze, eh, ci mancherebbe...), e si faccia dare dei preventivi.
Capita poi che, un po' insoddisfatto del prezzo, un po' cosciente che se ti sei sempre organizzato i viaggi da solo, perché mai qualcun altro debba farlo per te ora, giri su Internet a vedere cosa ti è stato proposto.
Ebbene, capita che del Little Polynesian di Rarotonga qualcuno pensi questo, mentre di un altro posto molto più economico qualcun altro scriva questo.
Poi capita che guardi su tripadvisor le recensioni e trovi questo, ovviamente con le foto dei viaggiatori, e allora succede che magari, il viaggio, torni ad organizzartelo tu...
No, perché mica tutti sono come Giovanni Matta, che tu gli scrivi e lui ti prepara tutto, facendoti davvero trovare in Paradiso...
Ps: se qualcuno ha suggerimenti su quale isola della Polinesia si possa stare da Dio, è benvenuto.
Succede che uno vada in agenzia di viaggi (perché sai, lì possono fare la lista di nozze, eh, ci mancherebbe...), e si faccia dare dei preventivi.
Capita poi che, un po' insoddisfatto del prezzo, un po' cosciente che se ti sei sempre organizzato i viaggi da solo, perché mai qualcun altro debba farlo per te ora, giri su Internet a vedere cosa ti è stato proposto.
Ebbene, capita che del Little Polynesian di Rarotonga qualcuno pensi questo, mentre di un altro posto molto più economico qualcun altro scriva questo.
Poi capita che guardi su tripadvisor le recensioni e trovi questo, ovviamente con le foto dei viaggiatori, e allora succede che magari, il viaggio, torni ad organizzartelo tu...
No, perché mica tutti sono come Giovanni Matta, che tu gli scrivi e lui ti prepara tutto, facendoti davvero trovare in Paradiso...
Ps: se qualcuno ha suggerimenti su quale isola della Polinesia si possa stare da Dio, è benvenuto.
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