L'idea è semplice, e le risorse ci sono; non resta che trovare qualcuno che riesca ad implementare il tutto, e non credo sia difficile. Per il momento ci limitiamo all'uso di google maps, e alla possibilità di postare in questo blog.
Vorrei costruire una mappa, per geo-referenziare le esperienze gluten-free di ognuno di noi sul proprio territorio, o su un luogo in cui si è andati in vacanza. Un po' quello che faccio io quando vado in giro, moltiplicato per tutti coloro che avessero voglia di contribuire.
Un esempio lo trovate cliccando su questo link (ne avevo parlato in questo post).
Geo-referenziare non significa altro che segnalare, in una mappa, un luogo in cui si è stati e darne una descrizione. Sulla mappa, in corrispondenza del luogo indicato, c'è un link che rimanda ad una recensione.
Per segnalare risorse è sufficiente mandarmi una mail e, se non lo si è ancora, registrarsi su google (cosa utile già di per sé) per poter segnalare direttamente su google maps.
Dopodiché, link e pagine utili verranno pubblicate a lato del blog, disponibili per chiunque.
Allora, chi si cimenta? Io intanto faccio la mia parte.
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giovedì 12 marzo 2009
mercoledì 4 marzo 2009
Volare senza glutine
Qua e là, girando per il blog, abbiamo parlato di vacanze che includevano il viaggio aereo. Come fare per il senza glutine?
Innanzitutto, una precisazione: nei voli di durata sotto alle tre o quattro ore, normalmente il pasto gluten-free non è previsto. E' invece quasi sempre presente il menu per vegetariani (ogni commento è superfluo, non me ne vogliano gli amici vegetariani, ma trattare meglio chi fa una scelta rispetto a chi ha un'intolleranza non mi pare giusto), anche se il celiaco, privato del pasto, paga lo stesso prezzo.
Ad ogni modo, si fa presto a rimediare: noi generalmente ci prepariamo uno zainetto con roba buona da mangiare (affettati fatti dal suocero norcino, un buon pezzo di parmigiano, della frutta o verdura in un piccolo contenitore in plastica). Ciò che appaga, in questi casi, è vedere che - nonostante siamo noi a fare i diversi - sono tutti gli altri passeggeri a sentirsi degli sfigati: il che è vero, visto le schifezze che propinano le compagnie aeree. Con le compagnie low-cost il problema invece non si pone, visto che per mangiare a bordo devi accenderti un mutuo.
E per i voli intercontinentali? Tutte le compagnie sono obbligate a fornire pasti senza glutine, così come per altre allergie o intolleranze. Se per allergici a specifici prodotti (tipo arachidi o noci) non sempre è previsto il pasto (e comunque basterebbe chiedere), per celiaci il pasto c'è sempre. Bisogna ricordarsi però di chiamare almeno un paio di giorni prima. Il nostro consiglio, tuttavia, è di menzionare subito l'esigenza al momento della prenotazione e di ribadirla a ridosso del viaggio, due o tre giorni prima, per essere sicuri. A quel punto, l'operatore al telefono va a verificare che la dicitura gluten-free sia presente nel database: in caso positivo, chiedete se risulta anche per il ritorno, così sarete sicuri di non avere sorprese.
Altra raccomandazione: se modificate la prenotazione, avvisate sempre (parlando con l'operatore, non solo visualizzando la prenotazione al computer).
Nota: alcune compagnie (tipo Qantas) servono pasti gluten-free, ma indicano esplicitamente che non si assumono responsabilità per eventuali malesseri che possano cogliere il passeggero celiaco. Posto che il pasto è assolutamente sicuro, la compagnia lo garantisce senza glutine, e viene servito con le stesse cautele degli altri (tutto interamente sigillato, contenitori ermetici recanti dicitura gluten-free anche per semplici macedonie), probabilmente tale declino di responsabilità è per evitare episodi fraudolenti da parte di passeggeri celiaci che simulino o provochino (per sbadataggine o volontariamente) reazioni autoimmuni per ottenere il rimborso del biglietto ed un cospicuo risarcimento danni.
Detto ciò, nessuna compagnia aerea rischia la propria reputazione servendo pasti non idonei, quindi state pur tranquilli.
Il servizio durante il volo è sempre impeccabile: il celiaco viene servito prima degli altri (il che non è poco, visto il numero di passeggeri in questi voli), ed il pasto è completamente sigillato. Mai come in questi casi, dunque, una piccola attenzione prima del volo vi consente un viaggio in totale relax.
Innanzitutto, una precisazione: nei voli di durata sotto alle tre o quattro ore, normalmente il pasto gluten-free non è previsto. E' invece quasi sempre presente il menu per vegetariani (ogni commento è superfluo, non me ne vogliano gli amici vegetariani, ma trattare meglio chi fa una scelta rispetto a chi ha un'intolleranza non mi pare giusto), anche se il celiaco, privato del pasto, paga lo stesso prezzo.
Ad ogni modo, si fa presto a rimediare: noi generalmente ci prepariamo uno zainetto con roba buona da mangiare (affettati fatti dal suocero norcino, un buon pezzo di parmigiano, della frutta o verdura in un piccolo contenitore in plastica). Ciò che appaga, in questi casi, è vedere che - nonostante siamo noi a fare i diversi - sono tutti gli altri passeggeri a sentirsi degli sfigati: il che è vero, visto le schifezze che propinano le compagnie aeree. Con le compagnie low-cost il problema invece non si pone, visto che per mangiare a bordo devi accenderti un mutuo.
E per i voli intercontinentali? Tutte le compagnie sono obbligate a fornire pasti senza glutine, così come per altre allergie o intolleranze. Se per allergici a specifici prodotti (tipo arachidi o noci) non sempre è previsto il pasto (e comunque basterebbe chiedere), per celiaci il pasto c'è sempre. Bisogna ricordarsi però di chiamare almeno un paio di giorni prima. Il nostro consiglio, tuttavia, è di menzionare subito l'esigenza al momento della prenotazione e di ribadirla a ridosso del viaggio, due o tre giorni prima, per essere sicuri. A quel punto, l'operatore al telefono va a verificare che la dicitura gluten-free sia presente nel database: in caso positivo, chiedete se risulta anche per il ritorno, così sarete sicuri di non avere sorprese.
Altra raccomandazione: se modificate la prenotazione, avvisate sempre (parlando con l'operatore, non solo visualizzando la prenotazione al computer).
Nota: alcune compagnie (tipo Qantas) servono pasti gluten-free, ma indicano esplicitamente che non si assumono responsabilità per eventuali malesseri che possano cogliere il passeggero celiaco. Posto che il pasto è assolutamente sicuro, la compagnia lo garantisce senza glutine, e viene servito con le stesse cautele degli altri (tutto interamente sigillato, contenitori ermetici recanti dicitura gluten-free anche per semplici macedonie), probabilmente tale declino di responsabilità è per evitare episodi fraudolenti da parte di passeggeri celiaci che simulino o provochino (per sbadataggine o volontariamente) reazioni autoimmuni per ottenere il rimborso del biglietto ed un cospicuo risarcimento danni.
Detto ciò, nessuna compagnia aerea rischia la propria reputazione servendo pasti non idonei, quindi state pur tranquilli.
Il servizio durante il volo è sempre impeccabile: il celiaco viene servito prima degli altri (il che non è poco, visto il numero di passeggeri in questi voli), ed il pasto è completamente sigillato. Mai come in questi casi, dunque, una piccola attenzione prima del volo vi consente un viaggio in totale relax.
domenica 23 novembre 2008
Dritte fondamentali per viaggiare gluten-free
Prendo spunto dalla mail che ho appena spedito con i suggerimenti per un viaggio a Londra da parte di una conoscente, per dare un po' di dritte a chi magari non è molto abituato a viaggiare, e ha paura di farlo a causa della celiachia.
Innanzitutto, una buona notizia: dei paesi occidentali, forse l'Italia è quello in cui si fa più fatica a mangiare senza glutine se non si conosce la lingua. Pertanto, riteniamoci fortunati che la lingua la parliamo e conosciamo tutto il meccanismo di prontuari e cose varie.
Dico "forse", perché non sono ancora stato in Francia e Spagna in modalità gluten-free.
Ad ogni modo, i suggerimenti di base sono:
1) farsi una ricerca su google con scritto "coeliac society" e il nome del paese (uk, australia, ...): purtroppo o per fortuna, i celiaci sono ovunque ed ovunque si debbono organizzare per vivere bene;
2) trovato il sito dell'associazione o qualche celiaco che vive nel paese di riferimento, mandare una mail e farsi dare i suggerimenti specifici (se non sapete la lingua, fatevi aiutare da un amico: sapere almeno un po' di inglese comunque aiuta);
3) stamparsi la scheda gluten-free nella lingua del luogo(da esibire al ristoratore);
4) per dormire, cercare soluzioni con angolo cottura (campeggio e fornelletto al seguito, camper, b&b con cucina spaziosa utilizzabile, residence, camera e cucina, hotel con angolo cottura), in cui ci si possa preparare panini e un pasto caldo. Al ristorante ci si può sempre andare quando si vuole, ma almeno è una scelta e non un obbligo. Oltretutto, si mangia più sano che nei fast food. Noi lo facevamo già prima della diagnosi, perché si risparmiano un sacco di soldi :-);
5) portarsi un tostapane, oppure delle bustine per tostare il pane, oppure acquistare un tostapane in loco (normalmente, non costa più di 10 euro): è strategico nella preparazione dei panini, perché spesso il pane gluten-free va tostato;
6) abbozzare un piccolo programma di viaggio, per capire dove si andrà e se ci sono posti idonei in zona. Senza nulla togliere al viaggio "alla ventura", giusto farsi un'idea di come potersi muovere. Spesso formulare un piccolo programma aiuta a non perdere tempo, e a godersi un'esperienza migliore;
7) non dimenticate che ci sono sempre la frutta, la verdura, la carne, il pesce, le uova, i formaggi, il riso... insomma, di fame non si muore, specie se si ha il vizio di mangiare sano!
Buon viaggio e godetevi la vacanza!
Innanzitutto, una buona notizia: dei paesi occidentali, forse l'Italia è quello in cui si fa più fatica a mangiare senza glutine se non si conosce la lingua. Pertanto, riteniamoci fortunati che la lingua la parliamo e conosciamo tutto il meccanismo di prontuari e cose varie.
Dico "forse", perché non sono ancora stato in Francia e Spagna in modalità gluten-free.
Ad ogni modo, i suggerimenti di base sono:
1) farsi una ricerca su google con scritto "coeliac society" e il nome del paese (uk, australia, ...): purtroppo o per fortuna, i celiaci sono ovunque ed ovunque si debbono organizzare per vivere bene;
2) trovato il sito dell'associazione o qualche celiaco che vive nel paese di riferimento, mandare una mail e farsi dare i suggerimenti specifici (se non sapete la lingua, fatevi aiutare da un amico: sapere almeno un po' di inglese comunque aiuta);
3) stamparsi la scheda gluten-free nella lingua del luogo(da esibire al ristoratore);
4) per dormire, cercare soluzioni con angolo cottura (campeggio e fornelletto al seguito, camper, b&b con cucina spaziosa utilizzabile, residence, camera e cucina, hotel con angolo cottura), in cui ci si possa preparare panini e un pasto caldo. Al ristorante ci si può sempre andare quando si vuole, ma almeno è una scelta e non un obbligo. Oltretutto, si mangia più sano che nei fast food. Noi lo facevamo già prima della diagnosi, perché si risparmiano un sacco di soldi :-);
5) portarsi un tostapane, oppure delle bustine per tostare il pane, oppure acquistare un tostapane in loco (normalmente, non costa più di 10 euro): è strategico nella preparazione dei panini, perché spesso il pane gluten-free va tostato;
6) abbozzare un piccolo programma di viaggio, per capire dove si andrà e se ci sono posti idonei in zona. Senza nulla togliere al viaggio "alla ventura", giusto farsi un'idea di come potersi muovere. Spesso formulare un piccolo programma aiuta a non perdere tempo, e a godersi un'esperienza migliore;
7) non dimenticate che ci sono sempre la frutta, la verdura, la carne, il pesce, le uova, i formaggi, il riso... insomma, di fame non si muore, specie se si ha il vizio di mangiare sano!
Buon viaggio e godetevi la vacanza!
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martedì 10 giugno 2008
Online ovunque, specie in viaggio. Meglio o peggio?
Tra wi-fi, UMTS, Iphone (a breve), laptop per tutte le tasche, connessioni mobili - ancorché mooolto migliorabili - si tende ad essere online ovunque.
Fin troppo, forse, anche se è innegabile l'utilità di essere in rete (anche solo episodicamente) in viaggio: dritte sul posto, aggiornamenti su eventi e manifestazioni, orari dei treni in real time e tanto altro.
Al di là di moralismi e sociologia da bar, geniale questo spot: le "secchie" (ri-)scoprono la natura.
L'uscita dalla caverna rivista da vodafone
Fin troppo, forse, anche se è innegabile l'utilità di essere in rete (anche solo episodicamente) in viaggio: dritte sul posto, aggiornamenti su eventi e manifestazioni, orari dei treni in real time e tanto altro.
Al di là di moralismi e sociologia da bar, geniale questo spot: le "secchie" (ri-)scoprono la natura.
L'uscita dalla caverna rivista da vodafone
venerdì 30 maggio 2008
Risorse per viaggiare: olanda, treni, amsterdam e gluten-free
E' fine maggio, fioriscono le lenticchie a Castelluccio (spettacolo che vale il viaggio in questo straordinario altopiano tra l'Umbria e le Marche, ai piedi del Monte Vettore, sui Sibillini), Scudetto e Coppa Campioni hanno già trovato casa, iniziano i bagni al mare (almeno speriamo, visto il tempo!), e si organizzano le vacanze estive.
Per quanti volgessero il loro sguardo a Nord, verso l'Olanda, il link alle ferrovie olandesi. Con due parole: costicchiano, ma treni puliti, puntuali e frequenti assieme ad un collegamento capillare di bus vi risparmia comunque benzina, stress, mal di testa per trovare parcheggio e tante altre amenità. Ovviamente, sconti e tessere sono possibili per tutti, e convengono. Il sito è in olandese e in inglese.
Altre risorse specifiche per il senza glutine:
qui un forum di discussione;
qui una lista di indirizzi per mangiare ed acquistare prodotti GF;
qui il sito dell'associazione olandese celiachia (aarghh!!! in olandese, non ce se capisce nada!).
Sempre in tema celiachia, molto utile il sito di Bob & Ruth con suggerimenti e varie. Di questa ottima risorsa parlerò prossimamente.
Ad Amsterdam andrò a fine settembre, al matrimonio di due cari amici. Se passate di là quest'estate, intanto, salutatemela!
Per quanti volgessero il loro sguardo a Nord, verso l'Olanda, il link alle ferrovie olandesi. Con due parole: costicchiano, ma treni puliti, puntuali e frequenti assieme ad un collegamento capillare di bus vi risparmia comunque benzina, stress, mal di testa per trovare parcheggio e tante altre amenità. Ovviamente, sconti e tessere sono possibili per tutti, e convengono. Il sito è in olandese e in inglese.
Altre risorse specifiche per il senza glutine:
Sempre in tema celiachia, molto utile il sito di Bob & Ruth con suggerimenti e varie. Di questa ottima risorsa parlerò prossimamente.
Ad Amsterdam andrò a fine settembre, al matrimonio di due cari amici. Se passate di là quest'estate, intanto, salutatemela!
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lunedì 14 aprile 2008
Torino, stadio Filadelfia, o quel che (purtroppo) ne resta
Ad ottobre, ogni due anni, Torino è sinonimo del più grande evento del food in Italia. A torto o a ragione, visto e stravisto oppure no, in declino o in crescita, vero o finto, quando si parla di cibo tra esperti, appassionati o addetti, gli anni pari si parla del Salone del Gusto. Come quasi tutti gli eventi che fanno parlare di Torino, anche questo è ospitato al Lingotto. Del resto, la Fiat - anche se in declino - è sempre presente, e casa Agnelli pur defilata resta padrona. Padrona di una città ormai ridotta a succursale di Milano, visto che in treno è raggiungibile a qualsiasi ora solo da lì; porta d'ingresso alla Francia, ma sarebbe più appropriato dire zerbino visto che Bologna, cioè l'Italia, ha pochissimi treni diretti in andata, ancor meno al ritorno, nessuno ad orari compatibili con una cena. Naturalmente Trenitalia, in casa Fiat, non si azzarda a proporre treni speciali che viaggino anche di notte.
Nel 2004 al Salone del Gusto partecipai anch'io, ed ebbi l'occasione di conoscere personalmente Marc Millon, Beatrice Ughi, Carla Latini e praticamente tutti i produttori della scuderia di Vyta, alla quale stavo lavorando. Fu un'esperienza significativa, forte, molto interessante (se dico golosa è scontato), senza dubbio imperdibile.
Ma di quella giornata, in una Torino senza più un posto letto (non sarebbe accaduto neanche per le Olimpiadi), fu un altro l'episodio che mi rimase impresso a fuoco. Arrivato in mattinata da Bologna, per fortuna fui ospite del carissimo Michele Bredice, un ragazzo conosciuto nel Campo di Formazione Capi Scout, il quale ahimé non sento più da diverso tempo; in una Torino assolata e fresca, mi stavo dirigendo dalla stazione Lingotto a casa sua, in Corso Unione Sovietica, non lontano dall'attuale Stadio Olimpico (il vecchio Comunale).
Per arrivare da Torino Lingotto a Corso Unione Sovietica c'è da farsi un pezzetto a piedi, di strada e di storia, nel più classico dei sobborghi operai italiani. Un'occasione da non farsi sfuggire, perché fra qualche anno (anzi, già sta accadendo) questa zona verrà rivalutata, c'è da starne certi, dato che l'industria pesante oramai non c'è più.
Ad un certo punto, per arrivare a Corso Unione Sovietica si gira a destra, e si imbocca via Filadelfia. Qui non è più strada, è solo storia, la storia di un monumento completamente abbandonato a se stesso.
Per i veri appassionati di calcio, a Torino - dopo la Mole - viene il vecchio stadio Filadelfia. A Barcellona, Madrid, Manchester, Liverpool ne avrebbero fatto un museo, con tutti i trofei, filmati, cimeli e ammennicoli del Grande Torino. Qui no: lo si abbatterà per farne uno dei tanti centri commerciali. Eppure, anche diroccato, basta affacciarsi dai finestrini delle vecchie biglietterie (con sopra stampigliato il settore di entrata) che tra le macerie sembra di rivedere le telecronache dell'istituto Luce.
Nel secondo dopoguerra, il Toro era il club più forte del pianeta. Oggi non sapremmo a chi paragonarlo: forse al Milan di Sacchi, o ai Galacticos del Real Madrid, ma sarebbe riduttivo. Troppo il divario con gli altri club, suggellato dalla convocazione in blocco nella Nazionale italiana (ci si avvicinerà solo la Juventus nell'Italia campione del 1982), all'epoca reduce da due titoli mondiali. Va detto che il Toro aveva beneficiato della guerra, garantendosi i migliori giocatori in cambio dell'esonero dal servizio militare grazie agli stratagemmi del presidente Ferruccio Novo.
Il divario non è però solo tecnico: il Grande Torino negli anni quaranta ha una gestione che sarà eguagliata solo negli anni Ottanta. Nel 1948 è in Brasile, poi gira l'Europa inaugurando (e riempendo) diversi stadi, costituendo un richiamo di pubblico senza pari. Premi partita, onorari e fama ne fanno la squadra più ricca e famosa del mondo. Basti pensare che Altafini, ai mondiali di Svezia con la nazionale verdeoro, viene soprannominato Mazola per una vaga somiglianza col capitano granata.
Proprio la fama, complice la nebbia e un altimetro sballato, sarà paradossalmente la causa della tragedia di Superga, che consegnerà al mito un undici impareggiabile. Di ritorno da Lisbona, da una delle tante amichevoli, l'aereo con i giocatori si schianta all'ingresso della Basilica di Superga, sulle colline torinesi. Il servizio del cinegiornale merita di essere visto, perché fotografa un'epoca ed uno stile narrativo che oggi non esistono più.
La tragedia di Superga: Settimana Incom
Resta il fatto che oggi, in via Filadelfia, c'è uno stadio diroccato, neanche risalisse ai romani, dove gli echi delle grida e i rumori dei calci al pallone ancora rimbombano tra le macerie delle gradinate, le erbacce e le porte rotte. Concludo con un monologo di Giorgio Albertazzi, in una fiction dedicata al Grande Torino, in video qui sotto:Il tempo, quando entra qui, si ferma un attimo, e si toglie il cappello.
Giorgio Albertazzi: il Grande Torino
Nel 2004 al Salone del Gusto partecipai anch'io, ed ebbi l'occasione di conoscere personalmente Marc Millon, Beatrice Ughi, Carla Latini e praticamente tutti i produttori della scuderia di Vyta, alla quale stavo lavorando. Fu un'esperienza significativa, forte, molto interessante (se dico golosa è scontato), senza dubbio imperdibile.
Ma di quella giornata, in una Torino senza più un posto letto (non sarebbe accaduto neanche per le Olimpiadi), fu un altro l'episodio che mi rimase impresso a fuoco. Arrivato in mattinata da Bologna, per fortuna fui ospite del carissimo Michele Bredice, un ragazzo conosciuto nel Campo di Formazione Capi Scout, il quale ahimé non sento più da diverso tempo; in una Torino assolata e fresca, mi stavo dirigendo dalla stazione Lingotto a casa sua, in Corso Unione Sovietica, non lontano dall'attuale Stadio Olimpico (il vecchio Comunale).
Per arrivare da Torino Lingotto a Corso Unione Sovietica c'è da farsi un pezzetto a piedi, di strada e di storia, nel più classico dei sobborghi operai italiani. Un'occasione da non farsi sfuggire, perché fra qualche anno (anzi, già sta accadendo) questa zona verrà rivalutata, c'è da starne certi, dato che l'industria pesante oramai non c'è più.
Ad un certo punto, per arrivare a Corso Unione Sovietica si gira a destra, e si imbocca via Filadelfia. Qui non è più strada, è solo storia, la storia di un monumento completamente abbandonato a se stesso.
Per i veri appassionati di calcio, a Torino - dopo la Mole - viene il vecchio stadio Filadelfia. A Barcellona, Madrid, Manchester, Liverpool ne avrebbero fatto un museo, con tutti i trofei, filmati, cimeli e ammennicoli del Grande Torino. Qui no: lo si abbatterà per farne uno dei tanti centri commerciali. Eppure, anche diroccato, basta affacciarsi dai finestrini delle vecchie biglietterie (con sopra stampigliato il settore di entrata) che tra le macerie sembra di rivedere le telecronache dell'istituto Luce.
Nel secondo dopoguerra, il Toro era il club più forte del pianeta. Oggi non sapremmo a chi paragonarlo: forse al Milan di Sacchi, o ai Galacticos del Real Madrid, ma sarebbe riduttivo. Troppo il divario con gli altri club, suggellato dalla convocazione in blocco nella Nazionale italiana (ci si avvicinerà solo la Juventus nell'Italia campione del 1982), all'epoca reduce da due titoli mondiali. Va detto che il Toro aveva beneficiato della guerra, garantendosi i migliori giocatori in cambio dell'esonero dal servizio militare grazie agli stratagemmi del presidente Ferruccio Novo.
Il divario non è però solo tecnico: il Grande Torino negli anni quaranta ha una gestione che sarà eguagliata solo negli anni Ottanta. Nel 1948 è in Brasile, poi gira l'Europa inaugurando (e riempendo) diversi stadi, costituendo un richiamo di pubblico senza pari. Premi partita, onorari e fama ne fanno la squadra più ricca e famosa del mondo. Basti pensare che Altafini, ai mondiali di Svezia con la nazionale verdeoro, viene soprannominato Mazola per una vaga somiglianza col capitano granata.
Proprio la fama, complice la nebbia e un altimetro sballato, sarà paradossalmente la causa della tragedia di Superga, che consegnerà al mito un undici impareggiabile. Di ritorno da Lisbona, da una delle tante amichevoli, l'aereo con i giocatori si schianta all'ingresso della Basilica di Superga, sulle colline torinesi. Il servizio del cinegiornale merita di essere visto, perché fotografa un'epoca ed uno stile narrativo che oggi non esistono più.
La tragedia di Superga: Settimana Incom
Resta il fatto che oggi, in via Filadelfia, c'è uno stadio diroccato, neanche risalisse ai romani, dove gli echi delle grida e i rumori dei calci al pallone ancora rimbombano tra le macerie delle gradinate, le erbacce e le porte rotte. Concludo con un monologo di Giorgio Albertazzi, in una fiction dedicata al Grande Torino, in video qui sotto:Il tempo, quando entra qui, si ferma un attimo, e si toglie il cappello.
Giorgio Albertazzi: il Grande Torino
giovedì 27 marzo 2008
Il caffè Meletti, ad Ascoli Piceno, uno dei posti più belli delle Marche
Per ora mi limito ad una caramella: il blog del centenario del Caffè Meletti.

Dire Caffè Meletti, Piazza del Popolo, Ascoli Piceno è pronunciare l'essenza di bontà, arte e bellezza purissima. Se non ci siete mai stati, fatelo.
Tra l'altro, per chi - come me - è convinto che il calcio possa ancora essere arte, storia, cultura, a trenta metri da Piazza del Popolo c'è la Pantofola d'Oro...

Dire Caffè Meletti, Piazza del Popolo, Ascoli Piceno è pronunciare l'essenza di bontà, arte e bellezza purissima. Se non ci siete mai stati, fatelo.
Tra l'altro, per chi - come me - è convinto che il calcio possa ancora essere arte, storia, cultura, a trenta metri da Piazza del Popolo c'è la Pantofola d'Oro...
martedì 25 marzo 2008
Di ritorno dalla settimana bianca in Trentino
L'avevo già scritto e lo confermo, il Trentino (assieme all'Emilia Romagna) è l'NBA del turismo italiano, organizzazione ai massimi livelli per quel che può dare l'Italia. Sono appena tornato da una fantastica settimana bianca in Val di Fassa, ancora stupito da questa magnifica regione.
L'ultima volta a sciare qui era tanto tempo fa. Ora torno e trovo:
1) alberghi tutti con salone benessere gratuito (e questo si sapeva), puliti, eleganti e di qualità elevatissima;
2) skipass a circuito integrato validi in tutte le Dolomiti (mi hanno detto che non è una novità recentissima, per me sono di una comodità pazzesca, altro che timbrare quel pallosissimo cartoncino con la mano intirizzita);
3) depositi sci tutti riscaldati;
4) seggiovie quasi tutte con cupola protettrice, così anche con la bufera non ti congeli;
5) ristoranti che si associano per proporre menu caratteristici a prezzi un po' più accessibili;
6) rifugi nei quali passeresti una giornata, tanto sono curati, decorati ed accoglienti.
Male invece - e va detto - sul versante gluten-free, al quale sono ovviamente molto sensibile: molta buona volontà ma poca preparazione seria sul problema, che porta inevitabilmente ad imbarazzi più o meno fastidiosi se si sceglie la mezza pensione (che per fortuna abbiamo evitato, tranne l'ultima notte per motivi contingenti). Gli alberghi sono ancora pochissimi, basterebbe averne un paio per valle (considerato l'altissimo numero, anche un paio per paese non sarebbero chissà quanti), mentre i ristoranti aderenti al progetto AIC sono praticamente inesistenti.
Idem dicasi (nota marginale, ma per me importante) per i distributori di metano: tre in tutto il Trentino Alto Adige - tutti in prossimità dell'autostrada - sono decisamente pochi per una regione che vive moltissimo di turismo.
L'ultima volta a sciare qui era tanto tempo fa. Ora torno e trovo:
1) alberghi tutti con salone benessere gratuito (e questo si sapeva), puliti, eleganti e di qualità elevatissima;
2) skipass a circuito integrato validi in tutte le Dolomiti (mi hanno detto che non è una novità recentissima, per me sono di una comodità pazzesca, altro che timbrare quel pallosissimo cartoncino con la mano intirizzita);
3) depositi sci tutti riscaldati;
4) seggiovie quasi tutte con cupola protettrice, così anche con la bufera non ti congeli;
5) ristoranti che si associano per proporre menu caratteristici a prezzi un po' più accessibili;
6) rifugi nei quali passeresti una giornata, tanto sono curati, decorati ed accoglienti.
Male invece - e va detto - sul versante gluten-free, al quale sono ovviamente molto sensibile: molta buona volontà ma poca preparazione seria sul problema, che porta inevitabilmente ad imbarazzi più o meno fastidiosi se si sceglie la mezza pensione (che per fortuna abbiamo evitato, tranne l'ultima notte per motivi contingenti). Gli alberghi sono ancora pochissimi, basterebbe averne un paio per valle (considerato l'altissimo numero, anche un paio per paese non sarebbero chissà quanti), mentre i ristoranti aderenti al progetto AIC sono praticamente inesistenti.
Idem dicasi (nota marginale, ma per me importante) per i distributori di metano: tre in tutto il Trentino Alto Adige - tutti in prossimità dell'autostrada - sono decisamente pochi per una regione che vive moltissimo di turismo.
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venerdì 14 marzo 2008
L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 7 - Polinesia, Cook Islands
[disclaimer: intanto lo metto online così. Seguiranno formattazioni, link, foto eccetera, sennò va a finire che non lo pubblico più!]
Se dovessi nominare un posto che mi dia l'idea del relax, del dolce far niente, del sogno ad occhi aperti, da sempre direi la Polinesia. Ma non quella delle riviste patinate, quella degli overwater, autoctoni come la papaya in Val d'Aosta; nella nostra Polinesia c'è pochissimo, modernità sì ma solo a tratti, solo dove serve.
E' ovvio che una richiesta così vada posta nella blogosfera, soprattutto per l'alloggio. Cercando cercando, incappiamo nel blog di David Stanley, veteran travel writer del Pacifico.
Rarotonga, nelle Isole Cook, destinazione proposta dall'agenzia, va benissimo (spezziamo qualche lancia, ogni tanto!). L'alloggio decisamente meno: il romantico Little Polynesian, boutique da trecento euro a notte senza uno straccio di cucina (che farebbe comodo a tutti, specialmente a chi deve prepararsi pasti gluten-free), è un salasso della peggior specie.
Navigando un pochettino incontriamo due personaggi coi quali avremmo fatto amicizia non appena giunti a Rarotonga: Stefano Manelli e Roberta Lugli, milanesi capaci di venirsene qua, aprire un ristorantino e cambiar vita, come solo gli anglosassoni credevo potessero fare. Da loro, persone deliziose quali sono, arriva la dritta giusta: andremo alle Sokala Villas, alloggi spaziosi, puliti, bellissimi, con piscina privata e spiaggia a dieci metri.
Unico neo: pare che a Rarotonga verso fine ottobre il tempo non sia così splendido. Però, a mezzora di aeroplanino in miniatura c'è Aitutaki, imperdibile gioiello dove il sole splende con più frequenza. Perciò faremo così: arrivo e tre giorni a Rarotonga, tre giorni ad Aitutaki e gli ultimi quattro di nuovo a Rarotonga. Il meteo ci darà ragione.
L'arrivo a Rarotonga, da Melbourne via Auckland, pur essendo di notte, è proprio come uno se lo immagina. Sin dall'aereo, i passeggeri autoctoni, le hostess e persino il pilota sembrano comparse di un film, e all'atterraggio, lo speaker se ne esce con un "Welcome to Paradise" da show nani e ballerine. Al ritiro bagagli, come da copione, un omino dall'aria assonnata (sono le tre di notte) ci suona con l'okulele (il loro mandolino) una canzoncina di benvenuto. Le melodie di quaggiù sono attraenti, ma molto strane: un misto di dolce e malinconico, come un sole che non dura ed una pioggia che nutre, ma non rinfresca.
Il profumo delle gardenie che ornano le nostre ghirlande (sì, ci sono anche quelle!) è incredibilmente ubriacante. La villa, sotto la luce della luna, con i fiori in ogni stanza e la sagoma della laguna di fronte, ci lascia senza parole.
Nulla da dire: nell'accoglienza, i polinesiani sono maestri.
Abbiamo viaggiato nel tempo, in tutti i sensi. Domani è un'altra volta sabato 27 ottobre, scherzi del fusorario! Al ritorno ci sdebiteremo rinunciando ad un lunedì: nulla da dire, il cambio è favorevole anche sulla data!
Inevitabilmente lo passiamo per la maggior parte a dormire, ad esplorare la zona, a fare un giro in centro, il tutto intervallato dai bagni in laguna. L'acqua, sempre un po' caldina, bassa e con una corrente fortissima, invoglia più che altro a stare in ammollo. Un bagno vero e proprio, da queste parti, è difficile farlo. Ma dentro e fuori dall'acqua la temperatura è identica, ed è quella la sensazione piacevole: un'umidita non appiccicosa, ma rilassante.
Le ragioni di tanta umidità le scopriamo presto: i nuvoloni che sabato sera avevano iniziato a buttare acqua, domenica non ci danno tregua. Del resto, se la vegetazione è così lussureggiante, un motivo dovrà pur esserci, no? Peccato che alternative al mare di domenica non ve ne siano: i missionari, oltre a distruggere la cultura locale, hanno reso la domenica come neanche il sabato per un ebreo ortodosso. Praticamente nulla di aperto, un autobus a mezzo servizio che gira l'isola in senso orario, nessun tipo di divertimento a parte la spiaggia. Aggiungetevi pioggia torrenziale, mescolate il tutto e otterrete una domenica non propriamente bestiale.
Vabbè, poco male: dopo due giorni di tempo a singhiozzo - che però non ci ha impedito di fare bagni su bagni - ce ne voliamo ad Aitutaki. Ecco la Polinesia che sognavamo! Questo gioiello a trecento chilometri dalla capitale è un atollo purissimo, l'unica altura non supera i trecento metri, ergo nessun catalizzatore di nubi a differenza di Rarotonga. Al pari di tutte le isole del Pacifico, una barriera di corallo separa la laguna dall'Oceano, al quale si accede solo tramite una bocca, generalmente artificiale.
E qui apriamo un altro capitolo. Almeno due sono le domande che uno deve porsi sulla Polinesia.
La prima è come hanno fatto a giungere fin qui delle popolazioni che non conoscevano neanche la vela.
La seconda, come facevano i primi polinesiani a sopravvivere, e come mai sono tutti grandi e grossi?
In effetti, per il primo quesito ancora si stanno scannando. C'è voluto un mix di genetica, meteorologia, qualche rarissimo reperto archeologico ed il coraggio dello strepitoso Thor Heyerdahl per formulare la teoria più convincente. Thor aveva notato come le leggende popolari parlassero di una grande terra al di là del mare, e come molte cose (tra cui i tratti somatici dei maori, diversissimi dagli aborigeni australiani) avessero similarità col sudamerica. C'era anche, per inciso, il mistero della colonizzazione dell'Isola di Pasqua, lontanissima tanto dalla Polinesia quanto dal Sudamerica. Contestato dal mondo accademico (come sempre in questi casi), Thor decise di solcare il Pacifico con una zattera il più possibile identica a quelle con cui si pensa fossero arrivati i primi polinesiani. Sfruttando le correnti, la pesca ed i viveri a bordo (rigorosamente simili a quelli del tempo), in 101 giorni Thor arrivò sulla barriera corallina, dopo aver percorso 4300 miglia nautiche (al cambio attuale, quasi ottomila chilometri).
Per la seconda domanda, la risposta va cercata nelle palme da cocco. Dal tronco esile eppure flessibile e resistente, questo albero fornisce ottimo legname, corde e materiale di copertura con le foglie (sembrano piccole e fragili, in realtà sono durissime ed enormi), e nutrimento con i propri frutti. La noce di cocco, solo con l'acqua, dà un apporto energetico pauroso; certo, se ti becca in testa, l'apporto te lo leva tutto, e rischi di rimanerci secco.
Non è invece utile il pesce corallino, per via della ciguatera, intossicazione da tossine di corallo, che possono avere conseguenze serie (letali, in qualche caso). Per tanto non illudetevi di trovare ricette tipiche di pesce: in generale si cucinano prodotti della terra, il pesce è oceanico (tonno, barracuda).
A quanto sono grossi i polinesiani forse Darwin e la genetica potrebbero rispondere. Chissà, magari il fatto che la navigazione così difficoltosa per raggiungere le isole ha selezionato solo i più robusti con più riserve di cibo in corpo, o quelli dal metabolismo più lento. Sta di fatto che comprare una camiciola taglia ragionevole nei negozi locali è praticamente impossibile (altro che massificazione): partono tutte dalla XL (rare), per arrivare alla XXXXL!!!!
Ma fa ancora più effetto trovarsi di fianco a questi giganti, tanto grossi quanto proporzionati nelle forme (ovvio, quelli non obesi), che uno come Bud Spencer ci fa la figura del piccoletto. Va da sé che se questi qua li prendi, li prepari atleticamente e gli insegni a giocare a rugby sin da piccini, diventano leggende indiscusse: come lo fermi un Lomu?
Dicevamo: arriviamo ad Aitutaki, e già da sopra iniziamo a sognare. E come mettiamo piede in terra, ci rendiamo conto della semplicità di posti così. Innanzitutto ci danno le valigie a mano, uno per uno (l'aereo avrà portato trenta persone a dir tanto), come fossimo ad una gita scolastica. Poi, ai cancelli (ma saremmo potuti uscire da dovunque, altro che metal detector) ci aspetta Ron, un omino stranissimo, subito un mito: tranquillo, pacioso, sorridente, all'inizio non sembra manco tanto normale, ci carica su un pulmino un po' scassato, e ci porta al residence. Viene dal lontano arcipelago Nord, dove non c'è molto lavoro, ed è il tuttofare al Paradise Cove, dove alloggeremo. Il posto è semplice, bungalow piccolini, ma puliti ed attrezzati, e soprattutto, a dieci metri dal mare: la barriera corallina è proprio davanti a noi, con la maschera e le scarpette è a circa cinquanta metri dalla riva.
I tre giorni ad Aitutaki, tra crociera, relax, sole, bagni, tramonti in laguna, cene romantiche e feste polinesiane sono uno spasso. In effetti, tre giorni sono più che sufficienti, tanto più che l'isola è molto piccola e le attività possibili sono limitate.
Da leggenda la licenza di guida per le isole Cook (non è sufficiente la patente internazionale): un poliziotto stravaccato sulla poltrona dell'ufficio (quando c'è), che ridendo mette un timbro e riscuote il bollo. Per quanto di stampo sudamericano, molto più semplice che da noi :-)
Ad Aitutaki imparo ad aprire le noci di cocco con il tondino di ferro piantato a terra; un tripudio di frutta tropicale (la papaya è lassativa, occhio!!!) ci accompagna ovunque, così come il sorriso della gente. Ogni tanto incappiamo in qualche bottega pseudo-tipica, gestita da qualche fulminato americano o europeo di chissà quale origini e quale storia.
Pur avendo la piastra per cucinare, preferiamo andare al ristorante, visto che i prezzi sono abbordabili anche in quelli di altissimo livello (che sul senza glutine sono mediamente ben preparati), dato il cambio molto favorevole. Ed in effetti non rimaniamo delusi: la cucina è varia ed apprezzabile, anche se certi piatti sembrano usciti dalla fantasia di qualche maniaco, visti gli improbabili accostamenti di sapori.
Dopo tre giorni intensi, ce ne torniamo a Rarotonga, dove il sole ha iniziato a splendere con più frequenza. In effetti, è un altro vedere: a questi posti togli il sole e manca parecchio. Chissà, forse è per questo che la pioggia spesso dura poco, quasi non volesse disturbare.
Ad ogni modo, ci godiamo i nostri ultimi giorni del viaggio di nozze nel più completo relax, prima di riprendere il lavoro. Quaranta ore di aereo ed un cambio radicale di abbigliamento, dalle ciabatte al cappotto, ci attendono il lunedì (che poi sarebbe già martedì), e via Auckland - Sydney - Singapore - Parigi, arriveremo a Bologna: alla conta finale, gli aerei presi saranno diciannove!
Per fortuna, i bagagli li imbarchiamo a Rarotonga e non li rivedremo prima di Bologna. Si tratterranno una mezza giornata in più, e ce li recapiterà il corriere verso sera. Il fuso si farà sentire per qualche giorno, ma tutto sommato cercare di adeguarsi subito agli orari funziona.
Con questa cronaca di viaggio si conclude il racconto del nostro viagio di nozze. Alla partenza, aeroporto di Bologna, mio padre si raccomandò: i viaggi sono tutti belli, ma il viaggio di nozze è qualcosa in più. Il viaggio di nozze deve distinguersi...
Abbiamo attraversato mezzo mondo, e visto per la prima volta animali curiosi, una natura rigogliosa, deserti, paludi e billabong. Ci siamo fermati in silenzio sotto il Grande Monolito, in estasi davanti ai favolosi Mari del Sud. Abbiamo guidato per ore in mezzo a boschi e vigneti, per molte meno in mezzo al traffico, siamo passati dalle foglie gialle dell'Italia alle margherite australi, cambiato clima cinque volte, viaggiato nel tempo e raggiunto l'altro capo del mondo. Siamo giunti al Sud del Sud, abbiamo visto canguri, koala, coccodrilli, cockatoo, eucalipti, palme da cocco, mangiato del samphire, bevuto dal cocco appena aperto, assaggiato il vegemite, ammirato le politiche alimentari dell'Australia e della Nuova Zelanda. Abbiamo assaporato l'atmosfera delle città coloniali, quella delle città occidentali e quella dei villaggi (quasi) incontaminati. Abbiamo dormito in motel, tuguri, bungalow, appartamenti da sogno, case restaurate, palazzi neoclassici e ville vittoriane. Abbiamo conosciuto italiani emigrati oggi, italiani emigrati ieri, polinesiani grossi e piccoli, australiani very English, altri very American, altri semplicemente Aussie, aborigeni ridotti a fenomeni da baraccone, altri con qualcosa ancora da dire, altri italiani in viaggio di nozze, e rivisto amici di passaggio (?) laggiù.
E non ci siamo neanche ammalati. Insomma, mica male, no?
Se dovessi nominare un posto che mi dia l'idea del relax, del dolce far niente, del sogno ad occhi aperti, da sempre direi la Polinesia. Ma non quella delle riviste patinate, quella degli overwater, autoctoni come la papaya in Val d'Aosta; nella nostra Polinesia c'è pochissimo, modernità sì ma solo a tratti, solo dove serve.
E' ovvio che una richiesta così vada posta nella blogosfera, soprattutto per l'alloggio. Cercando cercando, incappiamo nel blog di David Stanley, veteran travel writer del Pacifico.
Rarotonga, nelle Isole Cook, destinazione proposta dall'agenzia, va benissimo (spezziamo qualche lancia, ogni tanto!). L'alloggio decisamente meno: il romantico Little Polynesian, boutique da trecento euro a notte senza uno straccio di cucina (che farebbe comodo a tutti, specialmente a chi deve prepararsi pasti gluten-free), è un salasso della peggior specie.
Navigando un pochettino incontriamo due personaggi coi quali avremmo fatto amicizia non appena giunti a Rarotonga: Stefano Manelli e Roberta Lugli, milanesi capaci di venirsene qua, aprire un ristorantino e cambiar vita, come solo gli anglosassoni credevo potessero fare. Da loro, persone deliziose quali sono, arriva la dritta giusta: andremo alle Sokala Villas, alloggi spaziosi, puliti, bellissimi, con piscina privata e spiaggia a dieci metri.
Unico neo: pare che a Rarotonga verso fine ottobre il tempo non sia così splendido. Però, a mezzora di aeroplanino in miniatura c'è Aitutaki, imperdibile gioiello dove il sole splende con più frequenza. Perciò faremo così: arrivo e tre giorni a Rarotonga, tre giorni ad Aitutaki e gli ultimi quattro di nuovo a Rarotonga. Il meteo ci darà ragione.
L'arrivo a Rarotonga, da Melbourne via Auckland, pur essendo di notte, è proprio come uno se lo immagina. Sin dall'aereo, i passeggeri autoctoni, le hostess e persino il pilota sembrano comparse di un film, e all'atterraggio, lo speaker se ne esce con un "Welcome to Paradise" da show nani e ballerine. Al ritiro bagagli, come da copione, un omino dall'aria assonnata (sono le tre di notte) ci suona con l'okulele (il loro mandolino) una canzoncina di benvenuto. Le melodie di quaggiù sono attraenti, ma molto strane: un misto di dolce e malinconico, come un sole che non dura ed una pioggia che nutre, ma non rinfresca.
Il profumo delle gardenie che ornano le nostre ghirlande (sì, ci sono anche quelle!) è incredibilmente ubriacante. La villa, sotto la luce della luna, con i fiori in ogni stanza e la sagoma della laguna di fronte, ci lascia senza parole.
Nulla da dire: nell'accoglienza, i polinesiani sono maestri.
Abbiamo viaggiato nel tempo, in tutti i sensi. Domani è un'altra volta sabato 27 ottobre, scherzi del fusorario! Al ritorno ci sdebiteremo rinunciando ad un lunedì: nulla da dire, il cambio è favorevole anche sulla data!
Inevitabilmente lo passiamo per la maggior parte a dormire, ad esplorare la zona, a fare un giro in centro, il tutto intervallato dai bagni in laguna. L'acqua, sempre un po' caldina, bassa e con una corrente fortissima, invoglia più che altro a stare in ammollo. Un bagno vero e proprio, da queste parti, è difficile farlo. Ma dentro e fuori dall'acqua la temperatura è identica, ed è quella la sensazione piacevole: un'umidita non appiccicosa, ma rilassante.
Le ragioni di tanta umidità le scopriamo presto: i nuvoloni che sabato sera avevano iniziato a buttare acqua, domenica non ci danno tregua. Del resto, se la vegetazione è così lussureggiante, un motivo dovrà pur esserci, no? Peccato che alternative al mare di domenica non ve ne siano: i missionari, oltre a distruggere la cultura locale, hanno reso la domenica come neanche il sabato per un ebreo ortodosso. Praticamente nulla di aperto, un autobus a mezzo servizio che gira l'isola in senso orario, nessun tipo di divertimento a parte la spiaggia. Aggiungetevi pioggia torrenziale, mescolate il tutto e otterrete una domenica non propriamente bestiale.
Vabbè, poco male: dopo due giorni di tempo a singhiozzo - che però non ci ha impedito di fare bagni su bagni - ce ne voliamo ad Aitutaki. Ecco la Polinesia che sognavamo! Questo gioiello a trecento chilometri dalla capitale è un atollo purissimo, l'unica altura non supera i trecento metri, ergo nessun catalizzatore di nubi a differenza di Rarotonga. Al pari di tutte le isole del Pacifico, una barriera di corallo separa la laguna dall'Oceano, al quale si accede solo tramite una bocca, generalmente artificiale.
E qui apriamo un altro capitolo. Almeno due sono le domande che uno deve porsi sulla Polinesia.
La prima è come hanno fatto a giungere fin qui delle popolazioni che non conoscevano neanche la vela.
La seconda, come facevano i primi polinesiani a sopravvivere, e come mai sono tutti grandi e grossi?
In effetti, per il primo quesito ancora si stanno scannando. C'è voluto un mix di genetica, meteorologia, qualche rarissimo reperto archeologico ed il coraggio dello strepitoso Thor Heyerdahl per formulare la teoria più convincente. Thor aveva notato come le leggende popolari parlassero di una grande terra al di là del mare, e come molte cose (tra cui i tratti somatici dei maori, diversissimi dagli aborigeni australiani) avessero similarità col sudamerica. C'era anche, per inciso, il mistero della colonizzazione dell'Isola di Pasqua, lontanissima tanto dalla Polinesia quanto dal Sudamerica. Contestato dal mondo accademico (come sempre in questi casi), Thor decise di solcare il Pacifico con una zattera il più possibile identica a quelle con cui si pensa fossero arrivati i primi polinesiani. Sfruttando le correnti, la pesca ed i viveri a bordo (rigorosamente simili a quelli del tempo), in 101 giorni Thor arrivò sulla barriera corallina, dopo aver percorso 4300 miglia nautiche (al cambio attuale, quasi ottomila chilometri).
Per la seconda domanda, la risposta va cercata nelle palme da cocco. Dal tronco esile eppure flessibile e resistente, questo albero fornisce ottimo legname, corde e materiale di copertura con le foglie (sembrano piccole e fragili, in realtà sono durissime ed enormi), e nutrimento con i propri frutti. La noce di cocco, solo con l'acqua, dà un apporto energetico pauroso; certo, se ti becca in testa, l'apporto te lo leva tutto, e rischi di rimanerci secco.
Non è invece utile il pesce corallino, per via della ciguatera, intossicazione da tossine di corallo, che possono avere conseguenze serie (letali, in qualche caso). Per tanto non illudetevi di trovare ricette tipiche di pesce: in generale si cucinano prodotti della terra, il pesce è oceanico (tonno, barracuda).
A quanto sono grossi i polinesiani forse Darwin e la genetica potrebbero rispondere. Chissà, magari il fatto che la navigazione così difficoltosa per raggiungere le isole ha selezionato solo i più robusti con più riserve di cibo in corpo, o quelli dal metabolismo più lento. Sta di fatto che comprare una camiciola taglia ragionevole nei negozi locali è praticamente impossibile (altro che massificazione): partono tutte dalla XL (rare), per arrivare alla XXXXL!!!!
Ma fa ancora più effetto trovarsi di fianco a questi giganti, tanto grossi quanto proporzionati nelle forme (ovvio, quelli non obesi), che uno come Bud Spencer ci fa la figura del piccoletto. Va da sé che se questi qua li prendi, li prepari atleticamente e gli insegni a giocare a rugby sin da piccini, diventano leggende indiscusse: come lo fermi un Lomu?
Dicevamo: arriviamo ad Aitutaki, e già da sopra iniziamo a sognare. E come mettiamo piede in terra, ci rendiamo conto della semplicità di posti così. Innanzitutto ci danno le valigie a mano, uno per uno (l'aereo avrà portato trenta persone a dir tanto), come fossimo ad una gita scolastica. Poi, ai cancelli (ma saremmo potuti uscire da dovunque, altro che metal detector) ci aspetta Ron, un omino stranissimo, subito un mito: tranquillo, pacioso, sorridente, all'inizio non sembra manco tanto normale, ci carica su un pulmino un po' scassato, e ci porta al residence. Viene dal lontano arcipelago Nord, dove non c'è molto lavoro, ed è il tuttofare al Paradise Cove, dove alloggeremo. Il posto è semplice, bungalow piccolini, ma puliti ed attrezzati, e soprattutto, a dieci metri dal mare: la barriera corallina è proprio davanti a noi, con la maschera e le scarpette è a circa cinquanta metri dalla riva.
I tre giorni ad Aitutaki, tra crociera, relax, sole, bagni, tramonti in laguna, cene romantiche e feste polinesiane sono uno spasso. In effetti, tre giorni sono più che sufficienti, tanto più che l'isola è molto piccola e le attività possibili sono limitate.
Da leggenda la licenza di guida per le isole Cook (non è sufficiente la patente internazionale): un poliziotto stravaccato sulla poltrona dell'ufficio (quando c'è), che ridendo mette un timbro e riscuote il bollo. Per quanto di stampo sudamericano, molto più semplice che da noi :-)
Ad Aitutaki imparo ad aprire le noci di cocco con il tondino di ferro piantato a terra; un tripudio di frutta tropicale (la papaya è lassativa, occhio!!!) ci accompagna ovunque, così come il sorriso della gente. Ogni tanto incappiamo in qualche bottega pseudo-tipica, gestita da qualche fulminato americano o europeo di chissà quale origini e quale storia.
Pur avendo la piastra per cucinare, preferiamo andare al ristorante, visto che i prezzi sono abbordabili anche in quelli di altissimo livello (che sul senza glutine sono mediamente ben preparati), dato il cambio molto favorevole. Ed in effetti non rimaniamo delusi: la cucina è varia ed apprezzabile, anche se certi piatti sembrano usciti dalla fantasia di qualche maniaco, visti gli improbabili accostamenti di sapori.
Dopo tre giorni intensi, ce ne torniamo a Rarotonga, dove il sole ha iniziato a splendere con più frequenza. In effetti, è un altro vedere: a questi posti togli il sole e manca parecchio. Chissà, forse è per questo che la pioggia spesso dura poco, quasi non volesse disturbare.
Ad ogni modo, ci godiamo i nostri ultimi giorni del viaggio di nozze nel più completo relax, prima di riprendere il lavoro. Quaranta ore di aereo ed un cambio radicale di abbigliamento, dalle ciabatte al cappotto, ci attendono il lunedì (che poi sarebbe già martedì), e via Auckland - Sydney - Singapore - Parigi, arriveremo a Bologna: alla conta finale, gli aerei presi saranno diciannove!
Per fortuna, i bagagli li imbarchiamo a Rarotonga e non li rivedremo prima di Bologna. Si tratterranno una mezza giornata in più, e ce li recapiterà il corriere verso sera. Il fuso si farà sentire per qualche giorno, ma tutto sommato cercare di adeguarsi subito agli orari funziona.
Con questa cronaca di viaggio si conclude il racconto del nostro viagio di nozze. Alla partenza, aeroporto di Bologna, mio padre si raccomandò: i viaggi sono tutti belli, ma il viaggio di nozze è qualcosa in più. Il viaggio di nozze deve distinguersi...
Abbiamo attraversato mezzo mondo, e visto per la prima volta animali curiosi, una natura rigogliosa, deserti, paludi e billabong. Ci siamo fermati in silenzio sotto il Grande Monolito, in estasi davanti ai favolosi Mari del Sud. Abbiamo guidato per ore in mezzo a boschi e vigneti, per molte meno in mezzo al traffico, siamo passati dalle foglie gialle dell'Italia alle margherite australi, cambiato clima cinque volte, viaggiato nel tempo e raggiunto l'altro capo del mondo. Siamo giunti al Sud del Sud, abbiamo visto canguri, koala, coccodrilli, cockatoo, eucalipti, palme da cocco, mangiato del samphire, bevuto dal cocco appena aperto, assaggiato il vegemite, ammirato le politiche alimentari dell'Australia e della Nuova Zelanda. Abbiamo assaporato l'atmosfera delle città coloniali, quella delle città occidentali e quella dei villaggi (quasi) incontaminati. Abbiamo dormito in motel, tuguri, bungalow, appartamenti da sogno, case restaurate, palazzi neoclassici e ville vittoriane. Abbiamo conosciuto italiani emigrati oggi, italiani emigrati ieri, polinesiani grossi e piccoli, australiani very English, altri very American, altri semplicemente Aussie, aborigeni ridotti a fenomeni da baraccone, altri con qualcosa ancora da dire, altri italiani in viaggio di nozze, e rivisto amici di passaggio (?) laggiù.
E non ci siamo neanche ammalati. Insomma, mica male, no?
lunedì 3 marzo 2008
A Mantova, per Ludicamente, un Primo Maggio di qualche anno fa...
Sempre nel progetto "restauro sito web", un altro pezzo su una città troppo spesso relegata a meta di scolaresche più o meno (dis)interessate alle sue opere d'arte. Con Ludicamente, iniziativa legata al mondo dei giochi (di ruolo, da tavolo, tradizionali), Mantova viene esaltata negli spazi, gli ambienti e l'atmosfera da città romantica su sfondo rinascimentale.
A Ludicamente, il primo maggio del 2004, abbiamo partecipato anche noi. Ecco foto e commenti.
-------------------------------
Il sole che si specchia nelle vecchie pescherie lascia ben sperare per questa giornata mantovana. Eravamo incerti se partire o no da Reggio, poi all'ultimo ci siamo detti: "Ma sì! Andiamo!"

I piccoli giocatori, a quanto pare, si stanno divertendo alla grande, concentrati nei loro lanci di tappini.

Ecco invece gli interni: non c'è il sole ma almeno, in caso di pioggia, si può star tranquilli!

Sotto, la Frency coi due ragazzi vicentini che ci hanno insegnato il gioco del Signore degli Anelli (al quale ho avuto l'onore di battere Richard, ma ho preso anche una bella smazzolata da Frency).

Qui, invece, il fantastico biliardo cinese (o qualcosa del genere), con l'appassionatissimo dimostratore toscano all'opera.

Non sarebbe una cantina, se non ci fosse il (sacrosanto) motto.

Macarena, la nostra amica spagnola, prendendo alla lettera il motto alla sua destra, si lecca i baffi...

Non sarebbero cantine, se non ci fosse il motto, e non sarebbe Ludicamente, se non ci fosse il "Poraz"!!!

I ragazzi del gioco di ruolo dal vivo (eccezionali)!

Una bella elfa, presa dai suoi aulici pensieri...

Ad un certo punto sbuca questo volantino: chiunque segua il blog di Eriadan lo riconosce al volo... beh, c'era pure lui a Mantova! Imprevisto, quanto ovviamente eccezionale, il gioco di ruolo improvvisato...

Il tramonto nel cortile del Palazzo Ducale ci saluta, alla fine di questo fantastico e perfetto Primo Maggio...
A Ludicamente, il primo maggio del 2004, abbiamo partecipato anche noi. Ecco foto e commenti.
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Il sole che si specchia nelle vecchie pescherie lascia ben sperare per questa giornata mantovana. Eravamo incerti se partire o no da Reggio, poi all'ultimo ci siamo detti: "Ma sì! Andiamo!"

I piccoli giocatori, a quanto pare, si stanno divertendo alla grande, concentrati nei loro lanci di tappini.

Ecco invece gli interni: non c'è il sole ma almeno, in caso di pioggia, si può star tranquilli!

Sotto, la Frency coi due ragazzi vicentini che ci hanno insegnato il gioco del Signore degli Anelli (al quale ho avuto l'onore di battere Richard, ma ho preso anche una bella smazzolata da Frency).

Qui, invece, il fantastico biliardo cinese (o qualcosa del genere), con l'appassionatissimo dimostratore toscano all'opera.

Non sarebbe una cantina, se non ci fosse il (sacrosanto) motto.

Macarena, la nostra amica spagnola, prendendo alla lettera il motto alla sua destra, si lecca i baffi...

Non sarebbero cantine, se non ci fosse il motto, e non sarebbe Ludicamente, se non ci fosse il "Poraz"!!!

I ragazzi del gioco di ruolo dal vivo (eccezionali)!

Una bella elfa, presa dai suoi aulici pensieri...

Ad un certo punto sbuca questo volantino: chiunque segua il blog di Eriadan lo riconosce al volo... beh, c'era pure lui a Mantova! Imprevisto, quanto ovviamente eccezionale, il gioco di ruolo improvvisato...

Il tramonto nel cortile del Palazzo Ducale ci saluta, alla fine di questo fantastico e perfetto Primo Maggio...
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martedì 29 gennaio 2008
L'Archiginnasio, orgoglio intimo di Bologna
In un recente post raccontavo di Piazza Maggiore anima bolognese, luogo preferito, la piazza da vedere, non perché più bella (ché Piazza Santo Stefano la supera), ma perché è La Piazza: quando accade qualcosa, in città, qualcosa di importante, accade lì. Santo Stefano è il set di Romano Prodi, Piazza Maggiore è il confronto tra la politica di Palazzo d'Accursio, il Duomo di San Petronio, il mercato di via Clavature appena defilato e la cultura dell'Archiginnasio poco oltre il portico del Pavaglione.
Se via Clavature col suo mercato è facile da trovare, e si impone ai sensi come una sciabolata di colori, voci, suoni e profumi, l'Archiginnasio è l'orgoglio della città, qualcosa di intimo, quasi da nascondere. Simbolo assoluto della cultura bolognese, e quindi della storia, e quindi dell'economia e della cucina, l'Archiginnasio è l'essenza di Bologna sublimata nell'eleganza più pura.
Per capire cos'è Bologna si deve prima arrivare in Piazza Maggiore, poi di corsa NON al mercato, ma all'Archiginnasio, in Piazza Galvani, il privé di Piazza Maggiore. Sembrerà strano, ma sono relativamente pochi i bolognesi che hanno visitato il luogo che segna l'importanza (e la ricchezza) della propria città. Ma forse questo accade ovunque, quanti romani hanno visto i Musei Vaticani, e quanti fiorentini gli Uffizi?
L'Archiginnasio, dal nome classicheggiante, è il primo "politecnico" sorto in Europa. Verso il Cinquecento, essendo le facoltà sparse per tutta la città, si decise di riunirle in un'unica sede. Fu così che Artisti ma soprattutto Legisti e Medici si ritrovarono a condividere lo stesso ambiente, dividendosi tra la Sala Lettura della Biblioteca (Aula Magna degli Artisti), la Sala dello Stabat Mater (per i Legisti), e soprattutto il Teatro Anatomico (per i Medici).
Seconda città papalina, intrisa di Chiese, Bologna fu la prima ad avere l'autorizzazione allo studio dei cadaveri, pur con ampie riserve clericali (simboleggiate dalla finestra dell'Inquisitore di fronte alla cattedra). Forse sarebbe stato meglio far come a Padova, in cui il tavolo veniva ribaltato ed il cadavere gettato nel fiume. Ma sotto questo edificio non ci sono fiumi, e poi troppa era la vicinanza ai centri di potere ecclesiastico. Resta il fatto che il Teatro, con i suoi intarsi, i cassettoni e le statue interamente in legno (praticamente tutte ricostruite dopo il bombardamento di sessantaquattro anni fa esatti) è uno dei templi della medicina italiana, di cui Bologna rappresenta senza dubbio centro di eccellenza.

Basterebbe già questo, eppure l'Archiginnasio è qualcosa di ulteriore. E' incredibile quanti stemmi punteggino i loggiati del cortile, fitti fitti, colorati, alcuni grandi, altri piccoli, di studenti provenienti da tutta Europa, uno addirittura dalle Americhe. Faentini, ravennati, lusitani e tedeschi, milanesi, torinesi e forlivesi, è un arcobaleno di città e colori che indica come nella ricchezza più che nella cultura (che in passato peraltro erano sinonimi, visto che studiare per i ricchi) non esistano confini politici.
Ecco: è in questo cortile la vera essenza di Bologna: il miscuglio, l'incrocio di città, paesi, tradizioni che ha fatto dell'antica Felsina il nodo nevralgico d'Italia. Solo grazie a questo Bologna diventa la capitale della gastronomia italiana. Titolo che - ahimé - ha perso da tempo nella ristorazione, ma che mantiene saldamente nello splendore di via Clavature: esistono splendidi mercati coperti (anche Bologna in Via Ugo Bassi ne ha uno di ottima fattura), ma poche città possono vantare un tripudio artistico di colori, profumi ed esposizioni, all'aperto e a due passi dalla piazza principale, come il quadrilatero tra via Clavature e via Pescherie Vecchie, vero cuore pulsante del sabato pomeriggio.
A Bologna lo shopping di classe è questo, altro che i vestiti in Galleria Cavour. La moda lasciamola alle grandi piazze, lasciamola a via Montenapoleone e a via Condotti: Bologna la Grassa, la vera Bologna, quella della mortadella, abita qui.
Se via Clavature col suo mercato è facile da trovare, e si impone ai sensi come una sciabolata di colori, voci, suoni e profumi, l'Archiginnasio è l'orgoglio della città, qualcosa di intimo, quasi da nascondere. Simbolo assoluto della cultura bolognese, e quindi della storia, e quindi dell'economia e della cucina, l'Archiginnasio è l'essenza di Bologna sublimata nell'eleganza più pura.
Per capire cos'è Bologna si deve prima arrivare in Piazza Maggiore, poi di corsa NON al mercato, ma all'Archiginnasio, in Piazza Galvani, il privé di Piazza Maggiore. Sembrerà strano, ma sono relativamente pochi i bolognesi che hanno visitato il luogo che segna l'importanza (e la ricchezza) della propria città. Ma forse questo accade ovunque, quanti romani hanno visto i Musei Vaticani, e quanti fiorentini gli Uffizi?
L'Archiginnasio, dal nome classicheggiante, è il primo "politecnico" sorto in Europa. Verso il Cinquecento, essendo le facoltà sparse per tutta la città, si decise di riunirle in un'unica sede. Fu così che Artisti ma soprattutto Legisti e Medici si ritrovarono a condividere lo stesso ambiente, dividendosi tra la Sala Lettura della Biblioteca (Aula Magna degli Artisti), la Sala dello Stabat Mater (per i Legisti), e soprattutto il Teatro Anatomico (per i Medici).
Seconda città papalina, intrisa di Chiese, Bologna fu la prima ad avere l'autorizzazione allo studio dei cadaveri, pur con ampie riserve clericali (simboleggiate dalla finestra dell'Inquisitore di fronte alla cattedra). Forse sarebbe stato meglio far come a Padova, in cui il tavolo veniva ribaltato ed il cadavere gettato nel fiume. Ma sotto questo edificio non ci sono fiumi, e poi troppa era la vicinanza ai centri di potere ecclesiastico. Resta il fatto che il Teatro, con i suoi intarsi, i cassettoni e le statue interamente in legno (praticamente tutte ricostruite dopo il bombardamento di sessantaquattro anni fa esatti) è uno dei templi della medicina italiana, di cui Bologna rappresenta senza dubbio centro di eccellenza.

Basterebbe già questo, eppure l'Archiginnasio è qualcosa di ulteriore. E' incredibile quanti stemmi punteggino i loggiati del cortile, fitti fitti, colorati, alcuni grandi, altri piccoli, di studenti provenienti da tutta Europa, uno addirittura dalle Americhe. Faentini, ravennati, lusitani e tedeschi, milanesi, torinesi e forlivesi, è un arcobaleno di città e colori che indica come nella ricchezza più che nella cultura (che in passato peraltro erano sinonimi, visto che studiare per i ricchi) non esistano confini politici.
Ecco: è in questo cortile la vera essenza di Bologna: il miscuglio, l'incrocio di città, paesi, tradizioni che ha fatto dell'antica Felsina il nodo nevralgico d'Italia. Solo grazie a questo Bologna diventa la capitale della gastronomia italiana. Titolo che - ahimé - ha perso da tempo nella ristorazione, ma che mantiene saldamente nello splendore di via Clavature: esistono splendidi mercati coperti (anche Bologna in Via Ugo Bassi ne ha uno di ottima fattura), ma poche città possono vantare un tripudio artistico di colori, profumi ed esposizioni, all'aperto e a due passi dalla piazza principale, come il quadrilatero tra via Clavature e via Pescherie Vecchie, vero cuore pulsante del sabato pomeriggio.
A Bologna lo shopping di classe è questo, altro che i vestiti in Galleria Cavour. La moda lasciamola alle grandi piazze, lasciamola a via Montenapoleone e a via Condotti: Bologna la Grassa, la vera Bologna, quella della mortadella, abita qui.
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giovedì 24 gennaio 2008
L'itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 6 - Un giorno a Melbourne
Lasciato il deserto, partiamo da Uluru per la Polinesia, destinazione Isole Cook.
Piccolo problema: l'unica compagnia che vola a Rarotonga è l'ottima Air New Zealand. Peccato che i voli dalla costa Est decollino tutti tra mezzogiorno e le due, che da Uluru si possa partire non prima di mezzogiorno e che quindi c'è da fare uno stopover di un giorno a Sydney o Melbourne.
Si dà il caso che a Melbourne viva il mitico Davide Schiappapietra, compagno di merende dei tempi universitari, tra le risate più grasse fatte in quel periodo memorabile. Naturale fermarsi da lui, tanto più che di venerdì aperitivo e cena fuori non fanno danni. L'intenzione era quella di elemosinare un pagliericcio a casa sua, ma Davide, che ringraziamo ancora, ci offre una bellissima camera in albergo a Carlton, proprio ai margini del centro.
Curiosa la sua storia: nato e cresciuto a Brugherio, praticamente sotto la torre di Mediaset, laureato in Scienze della Comunicazione, appassionato di radio e televisione, non riesce a trovare lavoro in Italia.
Decide di cambiare aria, e la cambia davvero, tanto che dall'altra parte del mondo lo prendono alla radio nazionale (la nostra Rai, tanto per capirci), per alcuni mesi lo chiudono a doppia mandata in uno stanzino a fare corsi di impostazione vocale, corsi di dizione, lezioni di inglese per impararlo alla perfezione, gli spiegano vita morte e miracoli della radio e lo affiancano ad un team di realizzazione di una trasmissione multilingua. Uno spettacolo la redazione: ogni scrivania una nazione, Davide lavora fianco a fianco con una coreana, poco più in giù un francese, uno spagnolo, un pakistano, indiano, cinese e via dicendo.
Curiosa la storia di Davide, mica poi tanto: è la storia di tanti emigrati moderni, di tanti laureati che vanno a lavorare (e lavorano, e guadagnano!) all'estero. Cara vecchia Italia, sei sempre la Cenerentola tra le più ricche: prima della guerra i contadini, dopo la guerra i minatori, ora i laureati, tutti verso le stesse destinazioni.
Il giorno a Melbourne è forse il più intenso, non per la città, che somiglia ad altre cento, per quanto sia eccellente nei servizi: un bel lungofiume sulle rive dello Yarra river, tante etnie mescolate insieme, il sindaco di Hong Kong, un sistema di trasporti efficientissimo, il circuito di Formula Uno in pieno centro.
E' intenso per le emozioni, le storie da conoscere, le immagini viste. Gli studi radio che ci mostra Davide sono interessantissimi, non ne avevamo mai visti. Addirittura Francesca registra una base di apertura, che lui perfeziona col mixer. Il suo corner in redazione sembra la camera di un adolescente: poster del Milan, adesivi, segnalibri ovunque, post-it, computer sempre acceso, appunti sparsi un po' ovunque.
E' sempre lui: puoi spostarlo in capo al mondo, ma la sua fede milanista è incrollabile, anche se deve alzarsi alle sei di lunedì mattina per vedere il posticipo!
Già, è sempre lui, e la serata scorre via divertente, piena di aneddoti, racconti, macchiette che la sua indole curiosa e vivace partorisce in continuazione.
Mancava a questo viaggio un tassello: di solito, quando vado all'estero, capito sempre nelle comunità italiane. E' accaduto a Londra - quando sono andato a trovare mia zia - accadde a Toronto per analoghi motivi, e a Vancouver per vedere la partita degli Europei 2000. Nello stesso periodo, ad Eindhoven per lavoro dovevo intervistare i tifosi italiani per Italia-Svezia: ce ne fosse stato uno che vivesse in Italia. Colonia, Belgio, addirittura Brisbane!, tutti felici di sentirsi finalmente italiani fra italiani. Ad Atene invece la comunità l'avevamo creata noi vacanzieri, festeggiando la vittoria del Mondiale sotto l'Ambasciata Francese non blindata, uno dei pochi vantaggi di trovarsi all'estero in un momento simile.
La lacuna si colma presto, nel dopo cena, anche perché Davide vive lì. A Carlton, che Sonego quarant'anni fa dipinse alla grande nel suo Diario Australiano, bar ristoranti e locali ambigui fanno a gara nello sfoggio di tutta la simbologia italica: Ferrari Nazionale Milan Pizza Pavarotti Cannavari e Pulcinelle debordano dalle vetrine. Ragazzotti che bevono ad alta voce, incollanati come i più retrò dei tamarri, fanno tenerezza. Parlano quell'italiano di una volta, quel dialetto che non c'è più. A volte non lo parlano neanche più l'italiano, ma vedessi come tifano quando c'è la nazionale.
Immagino la faccia dei tanti Alberto Sordi che all'epoca, quando divertimenti e donne scarseggiavano, andavano alla Casa dell'Emigrante rivaleggiando per elemosinare appuntamenti con due o tre cessi da competizione: "Ma che le uimmene so solo queste? Tre, pelose, e pure presuntuose!".
Salutiamo Davide, che a marzo tornerà in Italia per qualche mese, prima di decidere se rimanere a vivere laggiù for good. E' logico che voglia pensarci attentamente: va bene la modernità, va bene i trasporti efficienti, va bene anche Internet e le chat; ma l'Australia è sempre laggiù, a ventisette ore di viaggio e tanti soldi di aereo. Forse è uno dei pochi posti rimasti in cui davvero partire è un po' morire.
(continua con la Polinesia...)
Piccolo problema: l'unica compagnia che vola a Rarotonga è l'ottima Air New Zealand. Peccato che i voli dalla costa Est decollino tutti tra mezzogiorno e le due, che da Uluru si possa partire non prima di mezzogiorno e che quindi c'è da fare uno stopover di un giorno a Sydney o Melbourne.
Si dà il caso che a Melbourne viva il mitico Davide Schiappapietra, compagno di merende dei tempi universitari, tra le risate più grasse fatte in quel periodo memorabile. Naturale fermarsi da lui, tanto più che di venerdì aperitivo e cena fuori non fanno danni. L'intenzione era quella di elemosinare un pagliericcio a casa sua, ma Davide, che ringraziamo ancora, ci offre una bellissima camera in albergo a Carlton, proprio ai margini del centro.
Curiosa la sua storia: nato e cresciuto a Brugherio, praticamente sotto la torre di Mediaset, laureato in Scienze della Comunicazione, appassionato di radio e televisione, non riesce a trovare lavoro in Italia.
Decide di cambiare aria, e la cambia davvero, tanto che dall'altra parte del mondo lo prendono alla radio nazionale (la nostra Rai, tanto per capirci), per alcuni mesi lo chiudono a doppia mandata in uno stanzino a fare corsi di impostazione vocale, corsi di dizione, lezioni di inglese per impararlo alla perfezione, gli spiegano vita morte e miracoli della radio e lo affiancano ad un team di realizzazione di una trasmissione multilingua. Uno spettacolo la redazione: ogni scrivania una nazione, Davide lavora fianco a fianco con una coreana, poco più in giù un francese, uno spagnolo, un pakistano, indiano, cinese e via dicendo.
Curiosa la storia di Davide, mica poi tanto: è la storia di tanti emigrati moderni, di tanti laureati che vanno a lavorare (e lavorano, e guadagnano!) all'estero. Cara vecchia Italia, sei sempre la Cenerentola tra le più ricche: prima della guerra i contadini, dopo la guerra i minatori, ora i laureati, tutti verso le stesse destinazioni.
Il giorno a Melbourne è forse il più intenso, non per la città, che somiglia ad altre cento, per quanto sia eccellente nei servizi: un bel lungofiume sulle rive dello Yarra river, tante etnie mescolate insieme, il sindaco di Hong Kong, un sistema di trasporti efficientissimo, il circuito di Formula Uno in pieno centro.
E' intenso per le emozioni, le storie da conoscere, le immagini viste. Gli studi radio che ci mostra Davide sono interessantissimi, non ne avevamo mai visti. Addirittura Francesca registra una base di apertura, che lui perfeziona col mixer. Il suo corner in redazione sembra la camera di un adolescente: poster del Milan, adesivi, segnalibri ovunque, post-it, computer sempre acceso, appunti sparsi un po' ovunque.
E' sempre lui: puoi spostarlo in capo al mondo, ma la sua fede milanista è incrollabile, anche se deve alzarsi alle sei di lunedì mattina per vedere il posticipo!
Già, è sempre lui, e la serata scorre via divertente, piena di aneddoti, racconti, macchiette che la sua indole curiosa e vivace partorisce in continuazione.
Mancava a questo viaggio un tassello: di solito, quando vado all'estero, capito sempre nelle comunità italiane. E' accaduto a Londra - quando sono andato a trovare mia zia - accadde a Toronto per analoghi motivi, e a Vancouver per vedere la partita degli Europei 2000. Nello stesso periodo, ad Eindhoven per lavoro dovevo intervistare i tifosi italiani per Italia-Svezia: ce ne fosse stato uno che vivesse in Italia. Colonia, Belgio, addirittura Brisbane!, tutti felici di sentirsi finalmente italiani fra italiani. Ad Atene invece la comunità l'avevamo creata noi vacanzieri, festeggiando la vittoria del Mondiale sotto l'Ambasciata Francese non blindata, uno dei pochi vantaggi di trovarsi all'estero in un momento simile.
La lacuna si colma presto, nel dopo cena, anche perché Davide vive lì. A Carlton, che Sonego quarant'anni fa dipinse alla grande nel suo Diario Australiano, bar ristoranti e locali ambigui fanno a gara nello sfoggio di tutta la simbologia italica: Ferrari Nazionale Milan Pizza Pavarotti Cannavari e Pulcinelle debordano dalle vetrine. Ragazzotti che bevono ad alta voce, incollanati come i più retrò dei tamarri, fanno tenerezza. Parlano quell'italiano di una volta, quel dialetto che non c'è più. A volte non lo parlano neanche più l'italiano, ma vedessi come tifano quando c'è la nazionale.
Immagino la faccia dei tanti Alberto Sordi che all'epoca, quando divertimenti e donne scarseggiavano, andavano alla Casa dell'Emigrante rivaleggiando per elemosinare appuntamenti con due o tre cessi da competizione: "Ma che le uimmene so solo queste? Tre, pelose, e pure presuntuose!".
Salutiamo Davide, che a marzo tornerà in Italia per qualche mese, prima di decidere se rimanere a vivere laggiù for good. E' logico che voglia pensarci attentamente: va bene la modernità, va bene i trasporti efficienti, va bene anche Internet e le chat; ma l'Australia è sempre laggiù, a ventisette ore di viaggio e tanti soldi di aereo. Forse è uno dei pochi posti rimasti in cui davvero partire è un po' morire.
(continua con la Polinesia...)
lunedì 21 gennaio 2008
L'itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 4 - il Top End
Qui le puntate precedenti:
Prima parte, Sydney.
Seconda parte, le Great Ocean Road.
Terza parte, Kangaroo Island.
Arriviamo a Darwin da Kangaroo Island via Adelaide venerdì 19 ottobre verso le due di notte. Alcune ore dopo avremo il tour di quattro giorni nel Top-End: tra Kakadu, Katherine Gorge e Litchfield ci spareremo più di mille chilometri, inevitabile ricorrere ad un tour guidato (in senso proprio: voce del verbo "guidare"). Lo abbiamo prenotato presso un'agenzia viaggi di Sydney: ci hanno garantito che sono ben informati ed equipaggiati per i pasti senza glutine.
Alla decisione concorre il fattore caldo: non so bene come affrontare i rischi della calura per il cibo (che dovremo portarci sempre dietro, soprattutto pane e verdure, visto che mia moglie è celiaca), né su cosa far riferimento per il rischio disidratazione, cioè con che frequenza ci sono i distributori e i punti di ristoro, che strade conviene fare ecc.
A posteriori, mi convinco che un viaggio del genere è invece alla portata di chiunque abbia un minimo di sale in zucca: Rovigo d'estate è molto più disidratante di qualsiasi posto visitato in Australia ad ottobre. Il vero problema, risolvibile con un'auto dal bagagliaio capiente, è la scarsa frequenza - ma neanche troppo - di punti d'appoggio. E' sufficiente fare un'abbondante spesa di cibarie il meno raffinate possibile, munirsi di un contenitore tipo vasca di plastica, dove riporre il cibo accanto a blocchi di ghiaccio in busta che vengono venduti ovunque. Meglio lasciare l'auto all'ombra in modo da evitare il caldo eccessivo, considerato che trenta gradi li fa sempre, sia di giorno che di notte, quando la temperatura scende sì e no di cinque gradi.
Del senno di poi son pien le fosse, ma ahimé capitiamo proprio in mani sbagliate. La guida - tale John Grant, un tasmaniano schizofrenico e sfasato - è disastrosa. Conosce poco o nulla dei posti che visitiamo (neanche dove fosse la croce del sud, che peraltro ad ottobre - scopriremo poi - è solo parzialmente visibile) e la mette sempre sullo pseudo-filosofico. Ma soprattutto, la sensibilità mostrata verso l'intolleranza al glutine di mia moglie è stata di segno addirittura negativo, con battute continue di pessimo gusto e completa ignoranza e indisponenza nei nostri confronti. Il che, da uno che deve anche prepararti pranzo e cena, è ovviamente imperdonabile.
Superfluo dilungarsi sui posti, inevitabilmente bellissimi, che alleviano di molto il disagio: qualsiasi descrizione con foto potete trovarvela ovunque in rete. Il punto è un altro: come sempre, non appena ci siamo affidati a un'agenzia, abbiamo toppato.
E' inutile, gente: se parlate un minimo di inglese, lasciate perdere qualunque velleità del tipo "così risparmio tempo" o "pensano a tutto loro". Di agenzie di viaggi così ne esistono pochissime, che giustamente costano. Il tour con Safari Connection, ovviamente acquistato tramite agenzia, ed ovviamente operato dalla controllata del mega-tour operator APT (Asian Pacific Touring) ha fatto tecnicamente cacare.
Ovvio che non ci sia modo per ottenere alcun rimborso, neanche se l'ultima notte dormi con rane ovunque, bagni fatiscienti e camere che se venisse l'Asl di Napoli le farebbe chiudere all'istante. Neanche se una guida del genere l'ultima sera, dopo essergli stati dietro come ad un bambino (e per fortuna che in Australia c'è una legge seria sugli allergeni compreso il glutine, altro che la baraonda di casa nostra!), ti mette la salsa alla soia con amido di frumento sul risotto quasi di nascosto, e tu resisti all'impulso più che umano di metterci anche lui dentro quel risotto.
Questo per raccontarvi l'esperienza passata nel Top-End, nonostante la bellezza inopinabile dei posti. Ovviamente, le uniche note organizzative che si distinguono sono quelle preparate da noi: l'Hotel dell'aeroporto di Darwin è ampiamente tra i migliori mai visti, nessun rumore, pulitissimo, elegante, con una piscina che da sola basterebbe a giustificarne la permanenza. Tre minuti e sei a letto, recita il claim nei pullmini navetta. In realtà ce ne vogliono sette.
Dopo Darwin, mi sono definitivamente convinto che i viaggi è meglio organizzarseli da soli, affidandosi - spendendo, sì, ma meritano - ai piccoli tour operator locali, gestiti da gente del posto, che quei luoghi deve per forza amarli per portartici in viaggio.
Ad ogni modo, valanghe di bagni nelle piscine naturali, vegetazione lussureggiante e l'impressione di vedere in che stato sono ridotti gli aborigeni: spesso ubriachi, sguardo assente se non carico di odio (a ragione, visto tutto quel che è stato fatto loro dall'uomo bianco). Questo soprattutto è ciò che ci portiamo come souvenir dal Top End.
Ora, martedì 23 ottobre 2007, il viaggio continua nel deserto...
Prima parte, Sydney.
Seconda parte, le Great Ocean Road.
Terza parte, Kangaroo Island.
Arriviamo a Darwin da Kangaroo Island via Adelaide venerdì 19 ottobre verso le due di notte. Alcune ore dopo avremo il tour di quattro giorni nel Top-End: tra Kakadu, Katherine Gorge e Litchfield ci spareremo più di mille chilometri, inevitabile ricorrere ad un tour guidato (in senso proprio: voce del verbo "guidare"). Lo abbiamo prenotato presso un'agenzia viaggi di Sydney: ci hanno garantito che sono ben informati ed equipaggiati per i pasti senza glutine.
Alla decisione concorre il fattore caldo: non so bene come affrontare i rischi della calura per il cibo (che dovremo portarci sempre dietro, soprattutto pane e verdure, visto che mia moglie è celiaca), né su cosa far riferimento per il rischio disidratazione, cioè con che frequenza ci sono i distributori e i punti di ristoro, che strade conviene fare ecc.
A posteriori, mi convinco che un viaggio del genere è invece alla portata di chiunque abbia un minimo di sale in zucca: Rovigo d'estate è molto più disidratante di qualsiasi posto visitato in Australia ad ottobre. Il vero problema, risolvibile con un'auto dal bagagliaio capiente, è la scarsa frequenza - ma neanche troppo - di punti d'appoggio. E' sufficiente fare un'abbondante spesa di cibarie il meno raffinate possibile, munirsi di un contenitore tipo vasca di plastica, dove riporre il cibo accanto a blocchi di ghiaccio in busta che vengono venduti ovunque. Meglio lasciare l'auto all'ombra in modo da evitare il caldo eccessivo, considerato che trenta gradi li fa sempre, sia di giorno che di notte, quando la temperatura scende sì e no di cinque gradi.
Del senno di poi son pien le fosse, ma ahimé capitiamo proprio in mani sbagliate. La guida - tale John Grant, un tasmaniano schizofrenico e sfasato - è disastrosa. Conosce poco o nulla dei posti che visitiamo (neanche dove fosse la croce del sud, che peraltro ad ottobre - scopriremo poi - è solo parzialmente visibile) e la mette sempre sullo pseudo-filosofico. Ma soprattutto, la sensibilità mostrata verso l'intolleranza al glutine di mia moglie è stata di segno addirittura negativo, con battute continue di pessimo gusto e completa ignoranza e indisponenza nei nostri confronti. Il che, da uno che deve anche prepararti pranzo e cena, è ovviamente imperdonabile.
Superfluo dilungarsi sui posti, inevitabilmente bellissimi, che alleviano di molto il disagio: qualsiasi descrizione con foto potete trovarvela ovunque in rete. Il punto è un altro: come sempre, non appena ci siamo affidati a un'agenzia, abbiamo toppato.
E' inutile, gente: se parlate un minimo di inglese, lasciate perdere qualunque velleità del tipo "così risparmio tempo" o "pensano a tutto loro". Di agenzie di viaggi così ne esistono pochissime, che giustamente costano. Il tour con Safari Connection, ovviamente acquistato tramite agenzia, ed ovviamente operato dalla controllata del mega-tour operator APT (Asian Pacific Touring) ha fatto tecnicamente cacare.
Ovvio che non ci sia modo per ottenere alcun rimborso, neanche se l'ultima notte dormi con rane ovunque, bagni fatiscienti e camere che se venisse l'Asl di Napoli le farebbe chiudere all'istante. Neanche se una guida del genere l'ultima sera, dopo essergli stati dietro come ad un bambino (e per fortuna che in Australia c'è una legge seria sugli allergeni compreso il glutine, altro che la baraonda di casa nostra!), ti mette la salsa alla soia con amido di frumento sul risotto quasi di nascosto, e tu resisti all'impulso più che umano di metterci anche lui dentro quel risotto.
Questo per raccontarvi l'esperienza passata nel Top-End, nonostante la bellezza inopinabile dei posti. Ovviamente, le uniche note organizzative che si distinguono sono quelle preparate da noi: l'Hotel dell'aeroporto di Darwin è ampiamente tra i migliori mai visti, nessun rumore, pulitissimo, elegante, con una piscina che da sola basterebbe a giustificarne la permanenza. Tre minuti e sei a letto, recita il claim nei pullmini navetta. In realtà ce ne vogliono sette.
Dopo Darwin, mi sono definitivamente convinto che i viaggi è meglio organizzarseli da soli, affidandosi - spendendo, sì, ma meritano - ai piccoli tour operator locali, gestiti da gente del posto, che quei luoghi deve per forza amarli per portartici in viaggio.
Ad ogni modo, valanghe di bagni nelle piscine naturali, vegetazione lussureggiante e l'impressione di vedere in che stato sono ridotti gli aborigeni: spesso ubriachi, sguardo assente se non carico di odio (a ragione, visto tutto quel che è stato fatto loro dall'uomo bianco). Questo soprattutto è ciò che ci portiamo come souvenir dal Top End.
Ora, martedì 23 ottobre 2007, il viaggio continua nel deserto...
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venerdì 18 gennaio 2008
Girando in rete per trovare notizie di una zona: suggerimenti
Navigando navigando, vedo che Punto Informatico mette Saporetipico.it tra i siti per navigare. Ora, per quanto sia allergico al termine tipico, che oramai ha soppiantato alla grande il pittoresco di Montesano, la curiosità e l'autorevolezza che riconosco a Punto Informatico mi spingono alla visita.
Che dire? Accattivante e semplice la grafica, ma c'è una grossa pecca, a mio avviso: manca l'anima. Cosa pensano, cosa fanno, chi sono gli autori di questo sito? Che facce hanno? Non per farsi gli affari loro, ma almeno vedere una direzione, un'opinione.
I Vincisgrassi riportati così, tra le mille versioni e ricette opinabili (questa mi pare che metta un fottìo di burro e pochissimo olio), li trovo ovunque su Google: se a loro piacciano o meno, se ci mettano più olio e meno burro, se le rigaglie siano troppe o poche per i loro gusti, non lo so.
Comunque, un sito utile per prendere i punti di riferimento: cosa c'è, cosa non c'è in una regione anziché un'altra. E da lì, muoversi altrove.
Che dire? Accattivante e semplice la grafica, ma c'è una grossa pecca, a mio avviso: manca l'anima. Cosa pensano, cosa fanno, chi sono gli autori di questo sito? Che facce hanno? Non per farsi gli affari loro, ma almeno vedere una direzione, un'opinione.
I Vincisgrassi riportati così, tra le mille versioni e ricette opinabili (questa mi pare che metta un fottìo di burro e pochissimo olio), li trovo ovunque su Google: se a loro piacciano o meno, se ci mettano più olio e meno burro, se le rigaglie siano troppe o poche per i loro gusti, non lo so.
Comunque, un sito utile per prendere i punti di riferimento: cosa c'è, cosa non c'è in una regione anziché un'altra. E da lì, muoversi altrove.
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giovedì 17 gennaio 2008
Piazza Grande, l'anima di Bologna
Esistono nomi, simboli, luoghi che identificano subito una città. Sotto il Cupolone, all'ombra delle Due Torri, dalle parti del Conero, sotto il Vesuvio, in riva all'Arno, sotto la Mole, dalla Madunina, alla luce della Lanterna (più o meno...).
Altri, invece, ne indicano l'anima. Per Bologna il simbolo sono le Due Torri, ma l'anima è Piazza Maggiore, conosciuta anche come Piazza Grande, resa celebre da una canzone di Lucio Dalla, che racconta la storia di un barbone, un senzatetto, la cui casa è appunto Piazza Grande. E spesso, girando per strada a Bologna, vi troverete qualcuno dall'aspetto un po' trasandato a vendervi un giornale chiamato proprio "Piazza Grande". Lo acquista in conto vendita dall'Associazione, a 50 centesimi la copia. Quello che guadagna è suo.
L'Associazione Amici di Piazza Grande aiuta i senza tetto di Bologna nei delicati aspetti della loro vita, da quelli immediati (cibo e ricovero) a quelli meno intuitivi. Oltre al lavoro, infatti, chi di voi sa che costoro spesso non hanno residenza, poiché "senza fissa dimora"? Serve dunque un aiuto legale per dare concretezza ai diritti più elementari.
E così, da Piazza Grande parte un'iniziativa straordinaria, che in un paio d'anni ha coinvolto quasi tutta Italia: diversi avvocati mettono a disposizione un'ora o due al mese del proprio lavoro per assistere gratuitamente i senza tetto. Considerato il numero di avvocati in ogni città, ci vuol poco a far nascere lo sportello Avvocati di Strada, così che anche i senza tetto, gli ultimi per definizione, possano avere uno straccio di consulenza legale.
Addirittura, Piazza Grande è sopravvissuta ad un incendio che l'aveva quasi condannata: strinse i denti, cercò nuovi locali, ed alla fine cambiò sede, ma riaprì tutti i laboratori che peraltro davano lavoro a diversi senzatetto.
Girare per le strade di una città è più bello conoscendone l'anima. Perciò, vedendo Piazza Grande, i suoi senzatetto e i suoi giornali, girando per Bologna, anziché una nota di fastidio magari vi uscirà un sorriso.
Altri, invece, ne indicano l'anima. Per Bologna il simbolo sono le Due Torri, ma l'anima è Piazza Maggiore, conosciuta anche come Piazza Grande, resa celebre da una canzone di Lucio Dalla, che racconta la storia di un barbone, un senzatetto, la cui casa è appunto Piazza Grande. E spesso, girando per strada a Bologna, vi troverete qualcuno dall'aspetto un po' trasandato a vendervi un giornale chiamato proprio "Piazza Grande". Lo acquista in conto vendita dall'Associazione, a 50 centesimi la copia. Quello che guadagna è suo.
L'Associazione Amici di Piazza Grande aiuta i senza tetto di Bologna nei delicati aspetti della loro vita, da quelli immediati (cibo e ricovero) a quelli meno intuitivi. Oltre al lavoro, infatti, chi di voi sa che costoro spesso non hanno residenza, poiché "senza fissa dimora"? Serve dunque un aiuto legale per dare concretezza ai diritti più elementari.
E così, da Piazza Grande parte un'iniziativa straordinaria, che in un paio d'anni ha coinvolto quasi tutta Italia: diversi avvocati mettono a disposizione un'ora o due al mese del proprio lavoro per assistere gratuitamente i senza tetto. Considerato il numero di avvocati in ogni città, ci vuol poco a far nascere lo sportello Avvocati di Strada, così che anche i senza tetto, gli ultimi per definizione, possano avere uno straccio di consulenza legale.
Addirittura, Piazza Grande è sopravvissuta ad un incendio che l'aveva quasi condannata: strinse i denti, cercò nuovi locali, ed alla fine cambiò sede, ma riaprì tutti i laboratori che peraltro davano lavoro a diversi senzatetto.
Girare per le strade di una città è più bello conoscendone l'anima. Perciò, vedendo Piazza Grande, i suoi senzatetto e i suoi giornali, girando per Bologna, anziché una nota di fastidio magari vi uscirà un sorriso.
martedì 8 gennaio 2008
Di ritorno da quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno...
Tornati domenica da un weekend freddo ma intensamente divertente nella sponda ovest del lago di Como (quindi dovrei dire nel lago di Lecco, dati i campanilismi molto vivi da queste parti tra i due rami).
Soggiornato a Bellano, dove tra il 5 e il 6 gennaio si svolge la festa della Pesa Vegia, una rievocazione tra le migliori cui abbia mai assistito, anche perché legata alle celebrazioni dell'Epifania, quindi non artificialmente ricreata negli anni Novanta. Addirittura, se ne parla in diversi giornali di fine Ottocento, indicando come origine della festa il decreto di ripristino della vecchia unità di misura in luogo della nuova che creava troppi problemi a bellanesi e paesi limitrofi.
Sono storie antiche che parlano di lago, di pesca ormai purtroppo relegata a nicchie di aficionados e presìdi - ma lavarelli, missoltini e gamberi meritano assai; di luoghi tutti protesi verso un'acqua non tempestosa e salata, ma placida e misteriosa. Sponde visibili e concretamente coinvolte in dispute e fazioni, non sognate e fantasticate da cantanti e innamorati "al di là del mare". Insomma, il lago, questo lago, i nostri italici laghi, sono qualcosa di unico, ben diverso dai Grandi laghi americani, tutt'altra dimensione, tutt'altra impronta dell'uomo. E queste cime inuguali (come si fa a non saccheggiare Manzoni a piene mani?) coperte dalla neve di inizio anno, a strapiombo sul lago, con le case aggrappate ai pendii e le stradine scippate a Isacco Newton rendono il paesaggio di irripetibile bellezza.
Sono convinto che se il turismo nei laghi fosse esploso negli anni Sessanta, anziché gioielli di eleganza ci troveremmo ecomostri ed obbrobri in perfetto stile Riviera Adriatica: per fortuna, la vicinanza a Milano e al nord Italia in generale ha fatto sì che fiorissero ai primi del Novecento, vale a dire l'ultima epoca in cui l'architettura italiana ha prodotto qualcosa di accettabile nelle località vacanziere. Dopodiché, saranno Ostia, Fregene, Milano Marittima e Riccione...
La sensazione provata a Varenna o a Bellagio in un sabato freddo e piovoso è la stessa che puoi avere a Rimini d'inverno, pensando ad Amarcord: l'eleganza del Grand Hotel è simile, il borgo intatto (almeno in centro) ed il silenzio irreale hanno quella romanticità che solo i veri cultori dell'acqua (mare o lago che sia) possono apprezzare fino in fondo.
Purtroppo, credo che almeno per Bellagio ci sia l'effetto Sirmione-Capri-Taormina: posto stupendo ma completamente iper-turistizzato, tanto da sperare in un diluvio che purifichi il paesaggio da cocci e infradito.
E domenica, a coronamento, un magnifico risveglio con un cielo luminoso e limpido, le montagne innevate su fino in Svizzera, il sole che accende Pescarenico ed un superbo tramonto sui laghi della Brianza dal Monte Barro.
Cos'altro dire, oltre a rimettersi a leggere il Manzoni, che da queste parti ha trascorso la giovinezza, dando vita ad un romanzo che purtroppo solo pochi insegnanti sanno farti apprezzare?
Ah, beh, certo, dove ho dormito e dove ho mangiato... ma a questo dovrò dedicare un altro nutrito post.
Soggiornato a Bellano, dove tra il 5 e il 6 gennaio si svolge la festa della Pesa Vegia, una rievocazione tra le migliori cui abbia mai assistito, anche perché legata alle celebrazioni dell'Epifania, quindi non artificialmente ricreata negli anni Novanta. Addirittura, se ne parla in diversi giornali di fine Ottocento, indicando come origine della festa il decreto di ripristino della vecchia unità di misura in luogo della nuova che creava troppi problemi a bellanesi e paesi limitrofi.
Sono storie antiche che parlano di lago, di pesca ormai purtroppo relegata a nicchie di aficionados e presìdi - ma lavarelli, missoltini e gamberi meritano assai; di luoghi tutti protesi verso un'acqua non tempestosa e salata, ma placida e misteriosa. Sponde visibili e concretamente coinvolte in dispute e fazioni, non sognate e fantasticate da cantanti e innamorati "al di là del mare". Insomma, il lago, questo lago, i nostri italici laghi, sono qualcosa di unico, ben diverso dai Grandi laghi americani, tutt'altra dimensione, tutt'altra impronta dell'uomo. E queste cime inuguali (come si fa a non saccheggiare Manzoni a piene mani?) coperte dalla neve di inizio anno, a strapiombo sul lago, con le case aggrappate ai pendii e le stradine scippate a Isacco Newton rendono il paesaggio di irripetibile bellezza.
Sono convinto che se il turismo nei laghi fosse esploso negli anni Sessanta, anziché gioielli di eleganza ci troveremmo ecomostri ed obbrobri in perfetto stile Riviera Adriatica: per fortuna, la vicinanza a Milano e al nord Italia in generale ha fatto sì che fiorissero ai primi del Novecento, vale a dire l'ultima epoca in cui l'architettura italiana ha prodotto qualcosa di accettabile nelle località vacanziere. Dopodiché, saranno Ostia, Fregene, Milano Marittima e Riccione...
La sensazione provata a Varenna o a Bellagio in un sabato freddo e piovoso è la stessa che puoi avere a Rimini d'inverno, pensando ad Amarcord: l'eleganza del Grand Hotel è simile, il borgo intatto (almeno in centro) ed il silenzio irreale hanno quella romanticità che solo i veri cultori dell'acqua (mare o lago che sia) possono apprezzare fino in fondo.
Purtroppo, credo che almeno per Bellagio ci sia l'effetto Sirmione-Capri-Taormina: posto stupendo ma completamente iper-turistizzato, tanto da sperare in un diluvio che purifichi il paesaggio da cocci e infradito.
E domenica, a coronamento, un magnifico risveglio con un cielo luminoso e limpido, le montagne innevate su fino in Svizzera, il sole che accende Pescarenico ed un superbo tramonto sui laghi della Brianza dal Monte Barro.
Cos'altro dire, oltre a rimettersi a leggere il Manzoni, che da queste parti ha trascorso la giovinezza, dando vita ad un romanzo che purtroppo solo pochi insegnanti sanno farti apprezzare?
Ah, beh, certo, dove ho dormito e dove ho mangiato... ma a questo dovrò dedicare un altro nutrito post.
giovedì 22 novembre 2007
L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 3 - Kangaroo Island.
(Qui la parte seconda)
(Qui la parte prima)
Martedì 16 ottobre: dopo la faraonica colazione al Padthaway Heritage, ci avviamo verso Adelaide. Sono ancora 300 chilometri buoni e per le 10, dopo le foto di rito alla bellissima tenuta, mettiamo la Toyota Camris (macchina impeccabile, confortevole e spaziosissima con portabagagli infinito) su strada alla volta della città delle chiese.
Il tragitto non contempla bellezze eccezionali, il paesaggio diventa un po' troppo monotono, ci fermiamo per la spesa a Murray Bridge, dove tra l'altro partono le crociere lungo il fiume Murray (che abbiamo già fatto a Sydney e che faremo al Kakadu, qui decliniamo), e per le 14.30 siamo ad Adelaide.
Prenotiamo subito l'alloggio, di una bellezza disarmante: tutti appartamenti di fine ottocento restaurati e riportati all'antico splendore, arredati benissimo e dotati di ogni confort. Anche in questo la guida della National Geographic è impeccabile.
Per una serie infinita di malintesi con la Hertz perdiamo l'intero pomeriggio a far la spola con l'aeroporto. Ad ogni modo, a parte il fiume che la attraversa, Adelaide non ha molto da mostrare, come tutte le città australiane, fatte più per viverci che per visitarle. Forse varrebbe la pena prendere il vecchio tram per la località marittima di Glenelg, ma non facciamo in tempo e comunque ci sono bastate le deliziose cittadine della Mornington Peninsula e della Great Ocean Road.
Ora inizia la parte più "tosta" del viaggio: Kangaroo Island e Kakadu. Per evitare perdite di tempo, saranno sei giorni di tour. Subito dopo la due giorni di Kangaroo Island avremo l'aereo per Darwin, e la mattina prestissimo la quattro giorni nel Top End. La sera, per preparare i bagagli a mano da portarci via, rischiamo lo sclero totale. Almeno per Kangaroo Island, ne varrà la pena.
Al mattino prendiamo il volo delle 7 e in quaranta minuti siamo a Kingscote, capoluogo di questa vasta riserva naturale (la terza isola d'Australia, considerando quest'ultima un continente), spettacolare e quasi disabitata. E' un tripudio di koala, canguri, echidna, i coloratissimi uccelli cockatoo, foche nere e bianche, quando è freddo anche pinguini (che però preferiscono Phillip Island, famosa anche per le gare motociclistiche).
Ci accompagna la Wilderness Adventure, un piccolo tour operator locale specializzato nelle gite per l'isola. Non è esattamente economico, ma il trattamento e la guida non fanno rimpiangere un solo centesimo: Greg è perfetto e preparatissimo, presta estrema attenzione ai dettagli ed alla tempistica e ci fa accedere a riserve e posti chiusi al pubblico. Davvero difficile apprezzare appieno l'isola senza l'aiuto di un esperto del genere. Siamo in 4 (massimo 6 persone a tour), e la coppia di signori del Kentucky è una compagnia molto gradevole. I pasti sono eccellenti (e vi assicuro che in Australia non è scontato!) e senza glutine per mia moglie, sia nel tour che in albergo (il K.I. lodge), dove ci attende una splendida camera con vista sulla baia. Sia lo spuntino che il pranzo del tour si svolgono in strutture dedicate, predisposte dal tour operator: un gazebo o un'area con barbecue, tavoli, sedie, ben riparati dal freddo e dalla pioggia. Normalmente a fianco c'è un'analoga postazione per i turisti indipendenti. Il vino, prodotto sull'isola, è ottimo.
Kangaroo Island è uno dei posti più belli che visitiamo, grazie alla Wilderness Adventure: detto da uno che i tour li organizza e spesso pretende la perfezione assoluta, non è poco.
Di contro, la fregatura peggiore ce la becchiamo nel Top End, ma questo, per non rovinare post e fegato qui, lo scriverò in una sezione apposita.
(continua... hai voglia se continua...)
(Qui la parte prima)
Martedì 16 ottobre: dopo la faraonica colazione al Padthaway Heritage, ci avviamo verso Adelaide. Sono ancora 300 chilometri buoni e per le 10, dopo le foto di rito alla bellissima tenuta, mettiamo la Toyota Camris (macchina impeccabile, confortevole e spaziosissima con portabagagli infinito) su strada alla volta della città delle chiese.
Il tragitto non contempla bellezze eccezionali, il paesaggio diventa un po' troppo monotono, ci fermiamo per la spesa a Murray Bridge, dove tra l'altro partono le crociere lungo il fiume Murray (che abbiamo già fatto a Sydney e che faremo al Kakadu, qui decliniamo), e per le 14.30 siamo ad Adelaide.
Prenotiamo subito l'alloggio, di una bellezza disarmante: tutti appartamenti di fine ottocento restaurati e riportati all'antico splendore, arredati benissimo e dotati di ogni confort. Anche in questo la guida della National Geographic è impeccabile.
Per una serie infinita di malintesi con la Hertz perdiamo l'intero pomeriggio a far la spola con l'aeroporto. Ad ogni modo, a parte il fiume che la attraversa, Adelaide non ha molto da mostrare, come tutte le città australiane, fatte più per viverci che per visitarle. Forse varrebbe la pena prendere il vecchio tram per la località marittima di Glenelg, ma non facciamo in tempo e comunque ci sono bastate le deliziose cittadine della Mornington Peninsula e della Great Ocean Road.
Ora inizia la parte più "tosta" del viaggio: Kangaroo Island e Kakadu. Per evitare perdite di tempo, saranno sei giorni di tour. Subito dopo la due giorni di Kangaroo Island avremo l'aereo per Darwin, e la mattina prestissimo la quattro giorni nel Top End. La sera, per preparare i bagagli a mano da portarci via, rischiamo lo sclero totale. Almeno per Kangaroo Island, ne varrà la pena.
Al mattino prendiamo il volo delle 7 e in quaranta minuti siamo a Kingscote, capoluogo di questa vasta riserva naturale (la terza isola d'Australia, considerando quest'ultima un continente), spettacolare e quasi disabitata. E' un tripudio di koala, canguri, echidna, i coloratissimi uccelli cockatoo, foche nere e bianche, quando è freddo anche pinguini (che però preferiscono Phillip Island, famosa anche per le gare motociclistiche).
Ci accompagna la Wilderness Adventure, un piccolo tour operator locale specializzato nelle gite per l'isola. Non è esattamente economico, ma il trattamento e la guida non fanno rimpiangere un solo centesimo: Greg è perfetto e preparatissimo, presta estrema attenzione ai dettagli ed alla tempistica e ci fa accedere a riserve e posti chiusi al pubblico. Davvero difficile apprezzare appieno l'isola senza l'aiuto di un esperto del genere. Siamo in 4 (massimo 6 persone a tour), e la coppia di signori del Kentucky è una compagnia molto gradevole. I pasti sono eccellenti (e vi assicuro che in Australia non è scontato!) e senza glutine per mia moglie, sia nel tour che in albergo (il K.I. lodge), dove ci attende una splendida camera con vista sulla baia. Sia lo spuntino che il pranzo del tour si svolgono in strutture dedicate, predisposte dal tour operator: un gazebo o un'area con barbecue, tavoli, sedie, ben riparati dal freddo e dalla pioggia. Normalmente a fianco c'è un'analoga postazione per i turisti indipendenti. Il vino, prodotto sull'isola, è ottimo.
Kangaroo Island è uno dei posti più belli che visitiamo, grazie alla Wilderness Adventure: detto da uno che i tour li organizza e spesso pretende la perfezione assoluta, non è poco.
Di contro, la fregatura peggiore ce la becchiamo nel Top End, ma questo, per non rovinare post e fegato qui, lo scriverò in una sezione apposita.
(continua... hai voglia se continua...)
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martedì 20 novembre 2007
L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 2 - la Great Ocean Road
(qui la prima parte)
Domenica 14 ottobre: Great Ocean Road!!!
Uno dei percorsi stradali più belli, affascinanti, divertenti del mondo, ha una genesi interessante: è al contempo un capolavoro, un'indispensabile via di comunicazione ed un ammortizzatore sociale.
Siamo nel 1919, subito dopo la Grande Guerra, ed è pressante l'esigenza di trovare un'occupazione ai reduci del Victoria (nonostante fosse già Australia dal 1900, la distinzione in Stati è ancora molto marcata). In una sorta di New Deal ante-litteram e molto più piccolo, si opta per la costruzione di una strada che colleghi via terra tutte le località marittime (e vacanziere) della costa sud (Lorne, Apollo Bay, Cape Otway...), e che possa restare ad imperitura memoria. La necessità del collegamento terrestre nella Shipwreck Coast (costa dei naufragi) appare evidente; non lo è il desiderio di realizzare un percorso suggestivo in quest'angolo sperduto di mondo, con pochissime auto e ancor meno abitanti. Sembra quasi un vezzo per pochi ricchi, un costoso orpello a vantaggio di pochi.
A quasi ottant'anni dal completamento (i lavori terminarono nel 1932), mai infrastruttura fu più lungimirante, e la Great Ocean Road, che si snoda per 300 chilometri circa tra Torquay e Warrnambool, è una collezione di scenari irripetibili, dai surfisti di Torquay, alla placidità di Lorne, alle curve mozzafiato di Apollo Bay, al parco di Cape Otway, alla desolazione che precede i Dodici Apostoli, alle balene di Warrnambool.
La Great Ocean Road ce la sorseggiamo come un Verdicchio ghiacciato, con qualche pausa obbligata (l'ingresso, dopo Torquay; Lorne; Cape Otway; i Dodici Apostoli) e qualcun'altra evitabile (Torquay, insignificante). Arriviamo a Port Fairy che è buio pesto, pedaggio da pagare alla visione dei Dodici Apostoli al tramonto, il momento migliore della giornata.
A Port Fairy ci aspetta una villa da mille e una notte: Jacuzzi con vista Oceano, camera da letto praticamente in mezzo alla scogliera, arredamento minimalista americano e silenzio assordante. Come entriamo ci assale un cielo che trabocca di stelle, e che entra a forza nella stanza da letto. Trovare un posto così da diciottomila chilometri di distanza è questione di bravura. E di Rete, soprattutto.
Lunedì 15 ottobre: ancora viva la sbornia da Great Ocean Road, ci aspettano i paesaggi più monotoni - ma rilassanti, perché no - del Coonawarra, nella parte interna della Limestone Coast. Trecento chilometri circa, percorsi col cruise control, durante i quali incroceremo tre o quattro paesi, reclamizzati come attrazioni che da noi non vedrebbero un turista manco se tutt'Italia andasse a fuoco. Giusto i vigneti, che coprono la zona di Naracoorte, meritano un assaggio approfondito, ma, oltre a passare prima delle quattro per trovarli aperti (!) bisogna beccarci: a me due Cabernet Sauvignon non sono piaciuti affatto (e di vini ne ho assaggiati neanche pochi), con l'aggravante che se la polizia stradale di becca con un po' d'alcool in corpo sei finito.
La notte (avevo prenotato ad Adelaide, commettendo l'errore di avere fretta - e due! - e di sottovalutare la strada: trecento chilometri qui equivalgono a seicento in Italia, dove la guida a destra, le autostrade e soprattutto il paesaggio mutevole rende meno stancante il percorso), la passiamo al Padthaway Heritage. Seguendo la felicissima intuizione di Francesca, ci troviamo in un palazzo signorile in stile italiano, con una fattoria enorme, e vigneti ovviamente, e due ospiti gentilissimi. La camera è una reggia, sontuosa negli arredi e curata nei dettagli. Lo stile - italiano fino all'osso - stona un po' col paesaggio intorno e con la sala colazioni anglosassone, ma è maestoso fin quando si resta nel reparto relax-notte. Chiaro, siamo in Australia, in Italia posti simili sono cento volte più belli (uno per tutti, la dimora di Lorenzo di Pianogrillo); purtuttavia, un piacevolissimo soggiorno, con una ricca e sana colazione. La cosa curiosa è che la sera ci servono del vino di fianco al caminetto acceso: dopo l'assaggio di tutte le qualità prodotte, che già ci sarebbe bastato, vediamo arrivarci due bicchierozzi da 33 ricolmi del vino da noi indicato come il preferito, con una piccola ciotolina di pistacchi da mangiarci a fianco. La notte scorre veloce e tranquilla, ed anzi la sveglia è un po' problematica...
Now, it's time to go to Adelaide.
(continua...)
Domenica 14 ottobre: Great Ocean Road!!!
Uno dei percorsi stradali più belli, affascinanti, divertenti del mondo, ha una genesi interessante: è al contempo un capolavoro, un'indispensabile via di comunicazione ed un ammortizzatore sociale.
Siamo nel 1919, subito dopo la Grande Guerra, ed è pressante l'esigenza di trovare un'occupazione ai reduci del Victoria (nonostante fosse già Australia dal 1900, la distinzione in Stati è ancora molto marcata). In una sorta di New Deal ante-litteram e molto più piccolo, si opta per la costruzione di una strada che colleghi via terra tutte le località marittime (e vacanziere) della costa sud (Lorne, Apollo Bay, Cape Otway...), e che possa restare ad imperitura memoria. La necessità del collegamento terrestre nella Shipwreck Coast (costa dei naufragi) appare evidente; non lo è il desiderio di realizzare un percorso suggestivo in quest'angolo sperduto di mondo, con pochissime auto e ancor meno abitanti. Sembra quasi un vezzo per pochi ricchi, un costoso orpello a vantaggio di pochi.
A quasi ottant'anni dal completamento (i lavori terminarono nel 1932), mai infrastruttura fu più lungimirante, e la Great Ocean Road, che si snoda per 300 chilometri circa tra Torquay e Warrnambool, è una collezione di scenari irripetibili, dai surfisti di Torquay, alla placidità di Lorne, alle curve mozzafiato di Apollo Bay, al parco di Cape Otway, alla desolazione che precede i Dodici Apostoli, alle balene di Warrnambool.
La Great Ocean Road ce la sorseggiamo come un Verdicchio ghiacciato, con qualche pausa obbligata (l'ingresso, dopo Torquay; Lorne; Cape Otway; i Dodici Apostoli) e qualcun'altra evitabile (Torquay, insignificante). Arriviamo a Port Fairy che è buio pesto, pedaggio da pagare alla visione dei Dodici Apostoli al tramonto, il momento migliore della giornata.
A Port Fairy ci aspetta una villa da mille e una notte: Jacuzzi con vista Oceano, camera da letto praticamente in mezzo alla scogliera, arredamento minimalista americano e silenzio assordante. Come entriamo ci assale un cielo che trabocca di stelle, e che entra a forza nella stanza da letto. Trovare un posto così da diciottomila chilometri di distanza è questione di bravura. E di Rete, soprattutto.
Lunedì 15 ottobre: ancora viva la sbornia da Great Ocean Road, ci aspettano i paesaggi più monotoni - ma rilassanti, perché no - del Coonawarra, nella parte interna della Limestone Coast. Trecento chilometri circa, percorsi col cruise control, durante i quali incroceremo tre o quattro paesi, reclamizzati come attrazioni che da noi non vedrebbero un turista manco se tutt'Italia andasse a fuoco. Giusto i vigneti, che coprono la zona di Naracoorte, meritano un assaggio approfondito, ma, oltre a passare prima delle quattro per trovarli aperti (!) bisogna beccarci: a me due Cabernet Sauvignon non sono piaciuti affatto (e di vini ne ho assaggiati neanche pochi), con l'aggravante che se la polizia stradale di becca con un po' d'alcool in corpo sei finito.
La notte (avevo prenotato ad Adelaide, commettendo l'errore di avere fretta - e due! - e di sottovalutare la strada: trecento chilometri qui equivalgono a seicento in Italia, dove la guida a destra, le autostrade e soprattutto il paesaggio mutevole rende meno stancante il percorso), la passiamo al Padthaway Heritage. Seguendo la felicissima intuizione di Francesca, ci troviamo in un palazzo signorile in stile italiano, con una fattoria enorme, e vigneti ovviamente, e due ospiti gentilissimi. La camera è una reggia, sontuosa negli arredi e curata nei dettagli. Lo stile - italiano fino all'osso - stona un po' col paesaggio intorno e con la sala colazioni anglosassone, ma è maestoso fin quando si resta nel reparto relax-notte. Chiaro, siamo in Australia, in Italia posti simili sono cento volte più belli (uno per tutti, la dimora di Lorenzo di Pianogrillo); purtuttavia, un piacevolissimo soggiorno, con una ricca e sana colazione. La cosa curiosa è che la sera ci servono del vino di fianco al caminetto acceso: dopo l'assaggio di tutte le qualità prodotte, che già ci sarebbe bastato, vediamo arrivarci due bicchierozzi da 33 ricolmi del vino da noi indicato come il preferito, con una piccola ciotolina di pistacchi da mangiarci a fianco. La notte scorre veloce e tranquilla, ed anzi la sveglia è un po' problematica...
Now, it's time to go to Adelaide.
(continua...)
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venerdì 16 novembre 2007
L'itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 1 - le premesse, e Sydney
Chiariamo subito una cosa: non abbiamo assolutamente voglia di passare come quelli che si credono i migliori, sappiamo fare tutto e bene, e patapim, e patapum.
Solo, vorremmo mettere in rete, a beneficio di quanti un giorno volessero fare un giro simile al nostro, le informazioni salienti del nostro itinerario, visto che noi di informazioni ne abbiamo avute tante per alcuni posti, e praticamente nessuna per altri.
Quello che segue è il nostro viaggio, con le nostre impressioni, le nostre valutazioni ed i nostri consigli, ed anche i nostri errori. Speriamo torni utile.
----------
Innanzitutto: lasciate perdere le agenzie di viaggi. Dimenticatele. E' come voler organizzare un'ottima cena e chiedere a qualcuno di andarvi a fare la spesa al supermercato. Lasciate stare. Al limite, al supermercato andateci voi, se non altro risparmiate. Il cibo fatevelo in casa, o andate nelle botteghe o dall'artigiano. Vale per il cibo come per i viaggi: la roba è migliore.
Dice ma, sai, la sicurezza, pago tutto all'agenzia, non mi ammattisco... ok, ok, fate pure, poi non dite che non vi avevamo avvisati. Sappiate solo che senza agenzie abbiamo risparmiato tra i 3 e i 6 mila Euro, andando in posti molto più lussuosi, viaggiando molto meglio, più calmi e riposati, e con diverse notti in più in albergo. Non so qual è il vostro stipendio, io per quella cifra lì mi ammattirei molto volentieri... comunque...
Altre, doverose premesse:
1) Un viaggio di nozze non è un viaggio come gli altri. Come mi disse mio padre all'aeroporto, un viaggio di nozze deve distinguersi. Ergo: fate tutto in modo da ridurre le possibilità che vi vada storto. In soldoni: informatevi bene, pianificate bene, spendete per il meglio, ché chi più spende meno spende. Detto per inciso: mia moglie è celiaca, quindi per noi le incertezze erano anche maggiori, e le attenzioni dedicate ovviamente alte.
2) Un viaggio di nozze avviene, generalmente, per definizione, dopo le nozze. Sarete quindi molto stanchi: evitate di fare i rambo, con fusorari, sbalzi climatici e stress non si scherza. Pertanto, che la prima parte del viaggio sia riposante e non comporti eccessivi sbalzi climatici evitabili.
Esempio: se, come fanno in molti, all'Australia abbinate la Polinesia, e se partite nella nostra estate, andate prima in Polinesia e poi in Australia: passare dall'estate all'inverno in un giorno, stanchi del matrimonio e con nove ore di fusorario è molto peggio che farlo con tre ore di fusorario ma rilassati e riposati.
Ugualmente, non fissate escursioni o spostamenti il giorno dopo l'arrivo: date al vostro povero corpicino almeno due giorni per assestarsi (anche perché un'onestissima diarrea il giorno dopo è il minimo che dovete aspettarvi dopo un viaggio così... e forse è il caso di non trovarsi in escursione, no?)
3) Il caro vecchio Vujadin Boskov diceva: meglio perdere una partita sei a zero che sei partite uno a zero. Tradotto dal pallonaro: meglio farsi tre voli in un giorno che tre giorni da un volo. Fare e disfare valigie un giorno per l'altro è molto più stressante di attendere in aeroporto: quindi l'arrivo-pomeriggio-partenza-mattina-dopo limitatelo al massimo, quando proprio non potete farne a meno.
-------------------
Detto ciò, passiamo all'illustrazione del percorso:
Nozze sabato 6 ottobre; partenza domenica 7 ottobre alle 18.30 da Bologna, molto vicino al luogo del matrimonio. Dovendo infatti farci 26 ore di volo, abbiamo pensato che partire la sera dopo, già belli stanchicci del matrimonio, non avrebbe influito sul viaggio, tanto saremmo arrivati rincoglioniti lo stesso. Arrivo puntuale alle cinque e dieci di mattina di martedì 9 ottobre a Sydney.
Un altro ennesimo doveroso inciso: in aereo si crepa dal freddo, perché il riscaldamento è tenuto al minimo. Sono circa 13 gradi, forse qualcosa meno: in questo modo si evitano odori sgradevoli e la sensazione di soffocamento, però si rischia la bronchite, quindi attrezzatevi con giacche e foulard. Evitate di abbuffarvi con quegli schifosissimi pasti e soprattutto di berci dell'alcool, cosa che puntualmente ho fatto io e che mi ha regalato un fantastico mal di stomaco nausea inclusa il primo giorno a Sydney.
Abbiamo scelto di arrivare al mattino, e non di sera, per guadagnare un giorno e aggirare subito il fuso, forzandoci di restare svegli almeno fino al tardo pomeriggio. In effetti, la mattina è passata bene, poi verso le due ha iniziato a venirci un sonno grandioso, che abbiamo finalmente soddisfatto verso le sei di sera, all'imbrunire. Così facendo, la mattina alle cinque eravamo già belli freschi e riposati, proprio all'inizio della giornata. Allineando i propri ritmi alla luce solare si recupera molto più in fretta.
Quattro giorni per Sydney sono anche troppi, a dirla tutta, pur essendo ottimi per rilassarsi. A parte una passeggiata nei giardini botanici e l'Opera House, il resto è un film già visto. Meglio dedicarsi alla natura, ragion per cui un'escursione alle Blue Mountains o alle spiagge nei dintorni è più che consigliata. All'inizio del viaggio però erano doverosi.
Sabato 13 ottobre, belli riposati e oramai allineati col fuso, aereo per Melbourne, dove ci attende una Toyota Camris a noleggio: le valigie entrano nell'ampio portabagagli che è un amore, mentre il cambio automatico toglie il pensiero delle marce, che già c'è quello della guida al contrario! Da Melbourne, che non visitiamo, percorriamo tutta la Mornington Peninsula, fino a Sorrento (!). L'ultima parte del tragitto è molto bella, mentre prima sono tutti quartieri residenziali travestiti da borgate: è stranissimo il contrasto tra l'eleganza delle villette con giardino nelle strade secondarie e lo scenario da ghetto americano intorno alla ferrovia dei commuter; è comunque un travestimento, perché di criminalità non se ne vede.
Traghetto da Sorrento per Queenscliff: avremmo dovuto alloggiare al Queenscliff Hotel, che solo a vederlo emoziona, con tutte stanzettine ognuna dedicata ad un passatempo, biliardo, lettura, scacchi, camino acceso, che in una giornata uggiosa come quella, avrebbero rilassato anche il più agitato degli insonni. Però... però la fretta di prenotare (grosso errore), ed anche le mancate risposte del Queenscliff alle nostre email (azz... potevamo telefonare...) fino a due giorni prima ci fanno ripiegare verso un posto molto bello ed elegante (l'Haymarket Hotel), con personale molto gentile e camera con idromassaggio, situato però a Geelong, una cittadina molto meno affascinante, nel quartiere più squallido. Arrivando da Queenscliff, sembra di passare da Amalfi a Milano Marittima nel mese di marzo.
(continua...)
Solo, vorremmo mettere in rete, a beneficio di quanti un giorno volessero fare un giro simile al nostro, le informazioni salienti del nostro itinerario, visto che noi di informazioni ne abbiamo avute tante per alcuni posti, e praticamente nessuna per altri.
Quello che segue è il nostro viaggio, con le nostre impressioni, le nostre valutazioni ed i nostri consigli, ed anche i nostri errori. Speriamo torni utile.
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Innanzitutto: lasciate perdere le agenzie di viaggi. Dimenticatele. E' come voler organizzare un'ottima cena e chiedere a qualcuno di andarvi a fare la spesa al supermercato. Lasciate stare. Al limite, al supermercato andateci voi, se non altro risparmiate. Il cibo fatevelo in casa, o andate nelle botteghe o dall'artigiano. Vale per il cibo come per i viaggi: la roba è migliore.
Dice ma, sai, la sicurezza, pago tutto all'agenzia, non mi ammattisco... ok, ok, fate pure, poi non dite che non vi avevamo avvisati. Sappiate solo che senza agenzie abbiamo risparmiato tra i 3 e i 6 mila Euro, andando in posti molto più lussuosi, viaggiando molto meglio, più calmi e riposati, e con diverse notti in più in albergo. Non so qual è il vostro stipendio, io per quella cifra lì mi ammattirei molto volentieri... comunque...
Altre, doverose premesse:
1) Un viaggio di nozze non è un viaggio come gli altri. Come mi disse mio padre all'aeroporto, un viaggio di nozze deve distinguersi. Ergo: fate tutto in modo da ridurre le possibilità che vi vada storto. In soldoni: informatevi bene, pianificate bene, spendete per il meglio, ché chi più spende meno spende. Detto per inciso: mia moglie è celiaca, quindi per noi le incertezze erano anche maggiori, e le attenzioni dedicate ovviamente alte.
2) Un viaggio di nozze avviene, generalmente, per definizione, dopo le nozze. Sarete quindi molto stanchi: evitate di fare i rambo, con fusorari, sbalzi climatici e stress non si scherza. Pertanto, che la prima parte del viaggio sia riposante e non comporti eccessivi sbalzi climatici evitabili.
Esempio: se, come fanno in molti, all'Australia abbinate la Polinesia, e se partite nella nostra estate, andate prima in Polinesia e poi in Australia: passare dall'estate all'inverno in un giorno, stanchi del matrimonio e con nove ore di fusorario è molto peggio che farlo con tre ore di fusorario ma rilassati e riposati.
Ugualmente, non fissate escursioni o spostamenti il giorno dopo l'arrivo: date al vostro povero corpicino almeno due giorni per assestarsi (anche perché un'onestissima diarrea il giorno dopo è il minimo che dovete aspettarvi dopo un viaggio così... e forse è il caso di non trovarsi in escursione, no?)
3) Il caro vecchio Vujadin Boskov diceva: meglio perdere una partita sei a zero che sei partite uno a zero. Tradotto dal pallonaro: meglio farsi tre voli in un giorno che tre giorni da un volo. Fare e disfare valigie un giorno per l'altro è molto più stressante di attendere in aeroporto: quindi l'arrivo-pomeriggio-partenza-mattina-dopo limitatelo al massimo, quando proprio non potete farne a meno.
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Detto ciò, passiamo all'illustrazione del percorso:
Nozze sabato 6 ottobre; partenza domenica 7 ottobre alle 18.30 da Bologna, molto vicino al luogo del matrimonio. Dovendo infatti farci 26 ore di volo, abbiamo pensato che partire la sera dopo, già belli stanchicci del matrimonio, non avrebbe influito sul viaggio, tanto saremmo arrivati rincoglioniti lo stesso. Arrivo puntuale alle cinque e dieci di mattina di martedì 9 ottobre a Sydney.
Un altro ennesimo doveroso inciso: in aereo si crepa dal freddo, perché il riscaldamento è tenuto al minimo. Sono circa 13 gradi, forse qualcosa meno: in questo modo si evitano odori sgradevoli e la sensazione di soffocamento, però si rischia la bronchite, quindi attrezzatevi con giacche e foulard. Evitate di abbuffarvi con quegli schifosissimi pasti e soprattutto di berci dell'alcool, cosa che puntualmente ho fatto io e che mi ha regalato un fantastico mal di stomaco nausea inclusa il primo giorno a Sydney.
Abbiamo scelto di arrivare al mattino, e non di sera, per guadagnare un giorno e aggirare subito il fuso, forzandoci di restare svegli almeno fino al tardo pomeriggio. In effetti, la mattina è passata bene, poi verso le due ha iniziato a venirci un sonno grandioso, che abbiamo finalmente soddisfatto verso le sei di sera, all'imbrunire. Così facendo, la mattina alle cinque eravamo già belli freschi e riposati, proprio all'inizio della giornata. Allineando i propri ritmi alla luce solare si recupera molto più in fretta.
Quattro giorni per Sydney sono anche troppi, a dirla tutta, pur essendo ottimi per rilassarsi. A parte una passeggiata nei giardini botanici e l'Opera House, il resto è un film già visto. Meglio dedicarsi alla natura, ragion per cui un'escursione alle Blue Mountains o alle spiagge nei dintorni è più che consigliata. All'inizio del viaggio però erano doverosi.
Sabato 13 ottobre, belli riposati e oramai allineati col fuso, aereo per Melbourne, dove ci attende una Toyota Camris a noleggio: le valigie entrano nell'ampio portabagagli che è un amore, mentre il cambio automatico toglie il pensiero delle marce, che già c'è quello della guida al contrario! Da Melbourne, che non visitiamo, percorriamo tutta la Mornington Peninsula, fino a Sorrento (!). L'ultima parte del tragitto è molto bella, mentre prima sono tutti quartieri residenziali travestiti da borgate: è stranissimo il contrasto tra l'eleganza delle villette con giardino nelle strade secondarie e lo scenario da ghetto americano intorno alla ferrovia dei commuter; è comunque un travestimento, perché di criminalità non se ne vede.
Traghetto da Sorrento per Queenscliff: avremmo dovuto alloggiare al Queenscliff Hotel, che solo a vederlo emoziona, con tutte stanzettine ognuna dedicata ad un passatempo, biliardo, lettura, scacchi, camino acceso, che in una giornata uggiosa come quella, avrebbero rilassato anche il più agitato degli insonni. Però... però la fretta di prenotare (grosso errore), ed anche le mancate risposte del Queenscliff alle nostre email (azz... potevamo telefonare...) fino a due giorni prima ci fanno ripiegare verso un posto molto bello ed elegante (l'Haymarket Hotel), con personale molto gentile e camera con idromassaggio, situato però a Geelong, una cittadina molto meno affascinante, nel quartiere più squallido. Arrivando da Queenscliff, sembra di passare da Amalfi a Milano Marittima nel mese di marzo.
(continua...)
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giovedì 15 novembre 2007
Albergare a Sydney: the Simpsons of Potts Point
Esistono posti nel mondo, che definire "alberghi" o "ristoranti" è riduttivo: non ci vai per "dormire" o "mangiare", ma per qualcosa di più. Ci vai per sognare, per emozionarti.
Ecco, sin dalle prime descrizioni nel web il Simpsons di Challis Avenue (a Potts Point, uno dei quartieri con l'anima meno shackerata della città, rimasto cioè pressappoco quello che era nei decenni scorsi, un po' più ravvivato dai ristorantini ma sempre piuttosto elegante, a due passi da Woollomolloo, quello invece rifatto da cima a fondo) ci pareva un'esperienza, qualcosa da non mancare. Il fatto poi che non fosse generalmente segnalato dalle guide ci incuriosiva ancor di più; anzi, in realtà una lo segnalava: tripadvisor, la guida della rete, finora la più attendibile trovata nel web. Primo senza appello, su 222 hotel, davanti a colossi dai numeri molto più imponenti e dalla vista senz'altro più accattivante.
Ma questo gioiello di fine ottocento, restaurato con gusto - per quel che si poteva - negli anni Settanta, è un'altra cosa: sembra di entrare nella casa di un Lord inglese, col camino crepitante, i mobili antichi e ricercati, una biblioteca ricca di titoli e di libri antichi, immagini della Sydney del primo Novecento, quando in Italia si faceva la fame e l'Australia era puro miraggio, si sognava l'America. Forse i più fortunati quelli che emigrarono nella terra dei canguri: chi non si beccò la silicosi nelle miniere, ha evitato il crollo finanziario, politico e sociale del Sud America e l'estremo individualismo degli States, o il clima non esattamente favorevole del Canada. A dirla tutta, forse gli italo-australiani sono gli unici a non avere punta voglia di tornarsene da queste parti. Al massimo in vacanza, ma sole e mare ne hanno anche là: vicino Melbourne c'è addirittura Sorrento!
Oltretutto, alla vista di Keith, il padrone di casa (chiamarlo "gestore" suona assurdo per un posto così), il quadro è completo: il tipico Lord inglese, oggi secolarizzato, con elegante accento australiano, quell'inconfondibile "ai" con cui gli Aussies pronunciano il suono di late, day, grey e via dicendo. La classe e la gentilezza di Keith, con la sua impeccabile professionalità e la flemma anglosassone, sono il Simpsons. Nulla sarebbe così curato se non ci fosse Keith. Come una casa emiliana senza la "zdaura": pulizia, perfezione e gusto sarebbero finti, castranti senza l'incessante veglia della padrona di casa. Idem al Simpsons: lo gestisse qualche eccentrico americano, non sarebbe esente da pacchianismi, così come apparirebbe troppo formale e inappropriato se ci fosse un qualche Brit. L'Australia è diversa: l'eleganza è britannica, ma qui c'è il sole signori miei, a Sydney in Gennaio si crepa, serve anche il fresco, non solo il camino.
Le camere del Simpsons sono dodici, solo scale perché un ascensore violenterebbe il contesto: per i disabili ci sono due o tre suite al piano terra. Entrati, è divertente vedere tutti i cuscini esistenti esposti come carte da gioco sopra al letto: cuscino grande, medio, sottile, da divano, è divertente l'idea di dormire letteralmente tra quattro guanciali. Scopriremo in seguito che è una costante negli alberghi di categoria superiore; anche in Italia ho visto qualche carta dei cuscini (non riesco a trattenermi dal sorridere, mi rendo conto del comfort ma è più forte di me!), ma non credo che siano molte le proposte in tal senso.
Tipico degli hotel down under, di qualunque ordine e grado è poi la fornitura delle tea & coffee facilities- bollitore, caffè solubile, the e zucchero con tazze, piattini e cucchiaini - e soprattutto tavola e ferro da stiro, da cui esce di prepotenza lo spirito pioniere: per noi italiani valigioni tutto-pulito-e-piegato sa di festa da saloon durante la corsa all'oro: due botte di ferro e tutto torna lindo. Fa troppo backpacker, tradizione che in Italia sarà sempre appannaggio di sfigati e boy scout (sono appartenuto ad entrambe le categorie): rabbrividiamo all'idea di mettere tutto in uno zaino, anche abiti eleganti che non indosseremo mai in tutta la vacanza. Piuttosto, ci compriamo il camper e ci portiamo dietro la casa.
A fronte di tutto ciò, nei bagni ovviamente manca il bidet: nulla da fare, semmai un italiano in vacanza avrà cibo da soddisfarlo, ebbene, mancherà sempre un caro vecchio bidet a completare il comfort. In realtà, le docce sono sempre molto più spaziose e comode delle nostre, perciò si ovvia facilmente. Al Simpsons, poi, dopo una doccia ristoratrice (se non prendete l'idromassaggio) ci si può sempre rilassare sul sofà o sulle poltrone, senza scomodare il letto.
Nulla di meglio dopo una giornata a zonzo per la città, con i piedi bollenti e le gambe stanche, un dopocena sorseggiando del buon whisky nella sitting room, dopo una bella doccia, di fronte ai quadri delle carrozze e della nobiltà che un tempo, qui dentro, concludeva affari con la madrepatria.
Ecco, noi Sydney, grazie al Simpsons, l'abbiamo respirata così.
Ecco, sin dalle prime descrizioni nel web il Simpsons di Challis Avenue (a Potts Point, uno dei quartieri con l'anima meno shackerata della città, rimasto cioè pressappoco quello che era nei decenni scorsi, un po' più ravvivato dai ristorantini ma sempre piuttosto elegante, a due passi da Woollomolloo, quello invece rifatto da cima a fondo) ci pareva un'esperienza, qualcosa da non mancare. Il fatto poi che non fosse generalmente segnalato dalle guide ci incuriosiva ancor di più; anzi, in realtà una lo segnalava: tripadvisor, la guida della rete, finora la più attendibile trovata nel web. Primo senza appello, su 222 hotel, davanti a colossi dai numeri molto più imponenti e dalla vista senz'altro più accattivante.
Ma questo gioiello di fine ottocento, restaurato con gusto - per quel che si poteva - negli anni Settanta, è un'altra cosa: sembra di entrare nella casa di un Lord inglese, col camino crepitante, i mobili antichi e ricercati, una biblioteca ricca di titoli e di libri antichi, immagini della Sydney del primo Novecento, quando in Italia si faceva la fame e l'Australia era puro miraggio, si sognava l'America. Forse i più fortunati quelli che emigrarono nella terra dei canguri: chi non si beccò la silicosi nelle miniere, ha evitato il crollo finanziario, politico e sociale del Sud America e l'estremo individualismo degli States, o il clima non esattamente favorevole del Canada. A dirla tutta, forse gli italo-australiani sono gli unici a non avere punta voglia di tornarsene da queste parti. Al massimo in vacanza, ma sole e mare ne hanno anche là: vicino Melbourne c'è addirittura Sorrento!
Oltretutto, alla vista di Keith, il padrone di casa (chiamarlo "gestore" suona assurdo per un posto così), il quadro è completo: il tipico Lord inglese, oggi secolarizzato, con elegante accento australiano, quell'inconfondibile "ai" con cui gli Aussies pronunciano il suono di late, day, grey e via dicendo. La classe e la gentilezza di Keith, con la sua impeccabile professionalità e la flemma anglosassone, sono il Simpsons. Nulla sarebbe così curato se non ci fosse Keith. Come una casa emiliana senza la "zdaura": pulizia, perfezione e gusto sarebbero finti, castranti senza l'incessante veglia della padrona di casa. Idem al Simpsons: lo gestisse qualche eccentrico americano, non sarebbe esente da pacchianismi, così come apparirebbe troppo formale e inappropriato se ci fosse un qualche Brit. L'Australia è diversa: l'eleganza è britannica, ma qui c'è il sole signori miei, a Sydney in Gennaio si crepa, serve anche il fresco, non solo il camino.
Le camere del Simpsons sono dodici, solo scale perché un ascensore violenterebbe il contesto: per i disabili ci sono due o tre suite al piano terra. Entrati, è divertente vedere tutti i cuscini esistenti esposti come carte da gioco sopra al letto: cuscino grande, medio, sottile, da divano, è divertente l'idea di dormire letteralmente tra quattro guanciali. Scopriremo in seguito che è una costante negli alberghi di categoria superiore; anche in Italia ho visto qualche carta dei cuscini (non riesco a trattenermi dal sorridere, mi rendo conto del comfort ma è più forte di me!), ma non credo che siano molte le proposte in tal senso.
Tipico degli hotel down under, di qualunque ordine e grado è poi la fornitura delle tea & coffee facilities- bollitore, caffè solubile, the e zucchero con tazze, piattini e cucchiaini - e soprattutto tavola e ferro da stiro, da cui esce di prepotenza lo spirito pioniere: per noi italiani valigioni tutto-pulito-e-piegato sa di festa da saloon durante la corsa all'oro: due botte di ferro e tutto torna lindo. Fa troppo backpacker, tradizione che in Italia sarà sempre appannaggio di sfigati e boy scout (sono appartenuto ad entrambe le categorie): rabbrividiamo all'idea di mettere tutto in uno zaino, anche abiti eleganti che non indosseremo mai in tutta la vacanza. Piuttosto, ci compriamo il camper e ci portiamo dietro la casa.
A fronte di tutto ciò, nei bagni ovviamente manca il bidet: nulla da fare, semmai un italiano in vacanza avrà cibo da soddisfarlo, ebbene, mancherà sempre un caro vecchio bidet a completare il comfort. In realtà, le docce sono sempre molto più spaziose e comode delle nostre, perciò si ovvia facilmente. Al Simpsons, poi, dopo una doccia ristoratrice (se non prendete l'idromassaggio) ci si può sempre rilassare sul sofà o sulle poltrone, senza scomodare il letto.
Nulla di meglio dopo una giornata a zonzo per la città, con i piedi bollenti e le gambe stanche, un dopocena sorseggiando del buon whisky nella sitting room, dopo una bella doccia, di fronte ai quadri delle carrozze e della nobiltà che un tempo, qui dentro, concludeva affari con la madrepatria.
Ecco, noi Sydney, grazie al Simpsons, l'abbiamo respirata così.
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